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One More Time with Feeling – Andrew Dominik

Da oltre un quarto di secolo Nick Cave ha saputo ritagliarsi un posto di assoluto rilievo sulla scena musicale internazionale. Figura unica e complessa di rockstar maudit, enorme talento compositivo, intellettuale attratto da linguaggi e forme artistiche differenti, Cave ha da sempre riversato nelle sua musica l’’energia di una interiorità tormentata ed inquieta, abitata dai demoni della morte, della colpa e della redenzione. Sulla scorta di premesse simili, c’era enorme attesa tra i suoi fan per il primo album successivo al trauma che nel 2015 ha sconvolto la vita familiare del cantautore australiano, la morte del figlio adolescente Arthur. Quell’’album, in uscita all’’inizio di Settembre 2016 in tutto il mondo, si intitola The Skeleton Tree e One More Time with Feeling di Andrew Dominik, documentario presentato fuori concorso a Venezia, è il racconto del processo creativo che ha portato alla sua nascita.

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Una ricerca artistica che, nella fattispecie, non può disgiungersi, e forse distinguersi, da una tanto dolorosa quanto necessaria elaborazione del lutto. Una catastrofe che, nelle parole dello stesso Cave, somiglia ad un enorme cratere, verso il quale inevitabilmente qualsiasi evento esterno, prima o poi, sembra dover essere attratto come da un elastico. Proprio il concetto di un “tempo elastico” è una delle idee più affascinanti tra quelle che compongono la lunga intervista raccolta nel film. Come forse mai accaduto prima, e proprio in una occasione così particolare, Cave si concede alla videocamera con sorprendente disponibilità, confortato dalla lunga collaborazione e amicizia con il regista neozelandese, madre tra l’’altro della splendida colonna sonora per L’’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007).

Per filmare le sessioni di registrazione dell’album, impreziosite dalla fondamentale presenza di Warren Ellis, Dominik sceglie un magnifico bianco e nero 3D, che esalta la ricchezza e il magnetismo della musica. Una dopo l’altra, alcune in versioni demo, si susseguono le canzoni del nuovo album, una struggente elegia in morte del giovane e amatissimo Arthur, a cui è dedicato il film. Solo nel finale, quasi a voler tentare una forma di riconciliazione con la vita, in una sola sequenza torna ad apparire il colore. La splendida chiusura del film, che ne ricorda i volti di tutti i protagonisti, non può tuttavia non tornare al bianco e nero. Perché nessuna risposta o consolazione può mai colmare l’assenza di una persona amata. A riempire questo terribile vuoto resta soltanto la consapevolezza, luminosa e fragile, di un poeta e di un padre ferito.

There is more paradise in hell then what we’’ve been told