une vie

Une Vie – Stéphane Brizé

Tratto dall’’omonimo romanzo d’esordio di Guy de Maupassant, Une vie percorre la storia di vita della giovane aristocratica Jeanne Le Perthuis des Vauds (Judith Chemla). Dall’’adolescenza alla maturità (passando per gli anni dell’’educazione cattolica, il matrimonio combinato col visconte Julien de Lamare, la nascita del figlio, la solitudine inesorabile dell’’età matura), il punto di vista femminile è la lente d’’ingrandimento con la quale si osserva la vita nel suo susseguirsi di sfortunati eventi, in un delirio narrativo marcatamente pessimista in cui ogni promessa di felicità svanisce la sera, puntuale, insieme alla fine del giorno.

Il merito principale del film di Stéphane Brizé sta nel garantire alla materia narrata la capacità di astrarsi e divenire universale: nella storia di Jeanne des Vauds diviene ben presto riconoscibile quella che verosimilmente si può considerare la condizione di vita femminile all’’interno della società ottocentesca. Non quella di una miserabile, ma quelle di una donna la cui classe sociale potrebbe erroneamente essere associata a romantici ideali di libertà e indipendenza. Tra la Jeanne di Maupassant e la Cosette di Hugo la differenza è solamente formale, perché entrambe le eroine soccombono – seppur in modi differenti – sotto il peso di una società che, in sostanza, le considera un gradino al di sotto di quello sul quale si erge l’uomo.

Nella prima parte di Une vie c’’è tutto: la sottomissione alla figura maschile, a cui la donna deve concedere a comando non solo l’amore ma anche il perdono; l’impossibilità di avere un’’opinione rilevante nelle discussioni di qualsiasi natura; la devozione totale alla prole, che conduce all’’annullamento di ogni possibile evoluzione personale; il senso di colpa imposto dalla religione cattolica, che trasforma la sopravvivenza in peccato e la libertà in eresia. Nella seconda parte del film, poi, le premesse giungono naturalmente a maturazione, dimostrando quali siano le inevitabili conseguenze di una condizione di vita così opprimente, così ingiusta.

Astenendosi da giudizi morali di ogni sorta, si lascia allo spettatore la libertà di decidere a chi affibbiare le colpe: alla società che plasma le anime senza sentire ragioni o all’’individuo incapace di reagire ai vincoli e alle imposizioni? Poco alla volta, l’’accumulazione narrativa pone le basi di un legame fortemente empatico con la protagonista, rimarcato ancor di più dalla sobrietà visiva che caratterizza il racconto: nello spazio del fotogramma non c’è altro posto se non per ciò che è strettamente indispensabile, cosicché l’attenzione dello spettatore possa essere veicolata soltanto sui contenuti.

Con un film piccolo nella forma ma grande nella sostanza, Stéphane Brizé fa dell’’Ottocento un esempio prossimo e inequivocabile. Il monito è gigantesco: le Jeanne des Vauds contemporanee si ribellino il prima possibile. Per esse, altrimenti, il futuro non ha che in serbo altre disgrazie e altri dolori, che la sofferenza gratuita non sarà sufficiente ad esorcizzare.