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Lazzaro felice

Una favola moderna tra la natura bucolica della realtà contadina a quella del cemento metropolitano

Miglior sceneggiatura a Cannes, il terzo lungometraggio di finzione di Alice Rohrwacher, Lazzaro felice (2018) legato in un certo senso al suo precedente lavoro Le meraviglie (2014), celebra la carriera di una delle poche, purtroppo, registe italiane. Il film mostra una favola moderna, una poesia visiva che ci accompagna tra la natura bucolica della realtà contadina a quella del cemento metropolitano, in chiave altrettanto poetica. Come le favole per bambini punta il dito contro ingiustizie e soprusi della realtà, velandoli elegantemente, nel corso della trama, e lasciandoci una morale nel finale. Per centotrenta minuti il film rapisce le spettatore, facendolo cascare come un bambino, nelle dolci braccia di questa storia che celebra la bontà, quella vera, semplice e cristallina, del suo protagonista Lazzaro.

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Per quanto, leggendo altre critiche, molti attribuiscano difetti e mancanze alla trama definendola: un enorme esercizio di immaginazione per lo spettatore nello stare dietro agli sbalzi narrativi, alla verosimiglianza delle situazioni e alla costante bontà di Lazzaro che fa nascere il dubbio se ci sia o ci faccia, consiglierei questo approccio prima e dopo la sua visione: il tacito accordo che da bambini si instaurava con la favola. Signore e signori, tanto chiasso per cosa? Ci si è forse sbizzarriti in passato per un grillo parlante? O abbiamo forse sollevato reali dubbi che un lupo potesse parlare?

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Una favola fatta di mezzadri isolati dal mondo esterno che vivono una vita contadina al soldo della Marchesa della Luna nella sua tenuta dell’Inviolata, luogo bucolico e dalle dinamiche medievali. Tra questi instancabili lavoratori troviamo Lazzaro, personaggio sopra le righe: per la sua estrema gentilezza e bontà. “Lazzaro, Lazzaro, Lazzaro” è il coro che si alza dalla piantagione di tabacco, tutti lo chiamano per chiedergli un favore sapendo che non rifiuterà, diventando abitudine e quindi sfruttamento. La Marchesa segue il pensiero che in natura l’animale più grande mangia il più debole – così è e sempre sarà. Egli invece vive un’esistenza semplice priva di sentimenti negativi che lo portano ad assumere una figura che levita tra il santo e l’idiota sfruttato del villaggio. Essere così buoni può far sembrare degli idioti o è semplicemente il mondo crudele ad essere così ingombrante nella bilancia finale di quel che è bene e quel che è male? Lazzaro non sembra preoccuparsene e fa quello che gli riesce meglio, essere sé stesso, aiutare il prossimo e curare le capre.

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Sarà proprio nel suo cunicolo, una grotta adiacente a dove svolge la sua mansione di pastore che conoscerà il Marchesino, ragazzo viziato e annoiato dalla vita. Tancredi della Luna farà di Lazzaro il suo complice, che senza malizia se non per ubbidire ed essergli amico, lo coprirà inscenando il suo rapimento, una semplice bravata capricciosa ma dalle conseguenze, nel bene e nel male, che muteranno la vita di tutti gli interpreti di questa favola, compresa la loro. Due amici, il sacro e il profano che si incontrano e ululano ai lupi sui pendii deserti dell’Inviolata. Tutto il podere vive sospeso in un’altra epoca, la Marchesa osserva dalla torre della casa patronale i suoi mezzadri che imperterriti, continuano a vivere la loro esistenza contadina, sfornando figli e lavorando sodo e a cottimo per avere il diritto di occupare la terra.  Sono momenti che finiranno. La verità verrà a galla e tutti dovranno attraversare un fiumiciattolo, confine dove i veri lupi, tanto temuti fino a quel momento, acquisteranno una nuova forma, tra il cemento di una città, lontana anni luci dalla semplicità della natura e dalla vita contadina. Lazzaro farà questo secondo salto, in un secondo momento, compiendo un viaggio personale nel tempo e nello spazio. Molto cambierà, tranne lui, figura tanto buona e vera che perfino il lupo affamato, sorpreso dal suo odore, riconoscerà quello raro e unico, di un uomo buono.

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La prima parte della trama si svolge in natura nel podere dell’Inviolata. Vi è una sorprendente cura sui tempi, quelli naturali, del lavoro nel campo, dove la fatica è intervallata da poetici momenti di comunione e svago. Gli interpreti sono tanto fedeli da lasciare il dubbio che si tratti di un documentario sulla vita rurale. Il rumore dei bambini che piangono, la serenata d’amore fatta alla finestra, gli spazi sgombri semplici, gli oggetti o la mancanza di essi sembrano privi di finzione. Si nota infatti il grandissimo lavoro per ricreare gli ambienti e la fattoria. Una conoscenza di quel mondo accurato, confermato dal fatto che la regista ha in effetti deciso di lasciare la città per vivere in campagna. Come con il suo precedente lungometraggio, Le Meraviglie, vincitore a Cannes del Grand Prix speciale della Giuria, si è palesato il tema tanto caro alla regista sulle dinamiche rurali e sulla necessità di fare film del genere a causa soprattutto della sua graduale scomparsa. Una visione altrettanto fedele di chi la città la vive con gli occhi della natura. Una giungla urbana, nella seconda parte, che a suo modo può solo che mantenere dei tratti romantici e ospitare figure uniche tra la massa. È forse qui, in città, dove gli interpreti si allontanano dalla loro natura che la finzione si fa più marcata, che si parli di trama o dell’interpretazione degli attori. Eccezion fatta per Alba Rohrwacher interprete fondamentale in grado di metterci la sua esperienza creando un personaggio furbo, dal cuore buono tra i cattivi, ma dolce come solo lei sa fare.

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Per tutta la vicenda vi è una denuncia al lavoro e alle forme di schiavitù moderne che da “un medioevo storico” ci catapulta in un “medioevo dello spirito” dove un’isola cristallina rappresentata da Lazzaro, attore non professionista, interpretato da Adriano Tardiolo, ci illumina sulle conseguenze che essere buoni ha sempre avuto nella nostra società. Essere cattivi è forse una scorciatoia per sopravvivere dignitosamente? Probabile, se la necessità lo richiede, ma essere buoni è vivere. Una prova difficile, di cui forse neppure Lazzaro, puro come viene disegnato, se ne rende conto, ma la società non lo cambierà come d’altronde non cambierà neppure quest’ultima. Dura lezione e morale della favola dove non tutti però alla fine vengono lodati dopo esser stati messi in croce. Ma forse alla fine dei conti, non è per questo motivo che una persona deve essere buona. Lazzaro sapendolo o no fa semplicemente quello che sa fare: fare del bene sempre e comunque.