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Hereditary

L’horror moderno e il fantasma della libertà. Un lavoro simbolico e inquietante che non sfigura con i classici del genere.

Se da bambini un nostro grande divertimento era quello di disporre i soldatini come se dovessero affrontare un ingaggio particolare o un importante assalto così è per l’esordiente Ari Aster in Hereditary – Le Radici del Male dove gioca insolente e sfacciato con l’iconografia del genere horror e con le sue personali influenze cinefile, schierandole sulla scena e cambiandogli in continuazione di posto e posa.

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C’è il demone in pieno giorno come in The Omen (1976) di Richard Donner, la paranoia e la nevrosi delle opere di Roman Polanski, in particolare Repulsion (1965) e L’inquilino del terzo piano (1976), la tensione latente della genitorialità e delle difficoltà ad essa legata già vista in The Babadook (2014) di Jennifer Kent e anche una violenta analisi delle rotture dei modelli familiari come raccontato in Gente Comune (1980) di Robert Redford (di cui il film pare una versione satanica). Il risultato non è il solito frammentato pastiche postmoderno, ma un sorprendente viaggio nelle morbosità e debolezze della mente. Un dramma da camera stilisticamente brillante che segue lento e affannoso un itinerario a caduta libera verso il più spaventoso dei mali.

thebabadook1The Babadook   

L’apertura è affidata ad una ripresa creativa che identifica immediatamente il giovane Ari Aster come un promettente narratore visivo, superata solo dallo sconvolgente climax finale. Dal generale di una buia e disordinata stanza, la macchina da presa scorre lenta fino al dettaglio di un modello in miniatura di una casa: una camera da letto che finirà presto nel dissolversi con la realtà, svelando sin dall’inizio lo strato di artificio e rappresentazione che riveste l’intero racconto. In una magnifica casa nelle zone rurali dello Utah vive una famiglia borghese da poco colpita da un grave lutto. Per Annie (Toni Colette) è difficile superare la morte della madre Ellen, in vita figura dominante e iperprotettiva. Di conseguenza il rapporto con il suo stanco marito Steve (Gabriel Byrne) è in rovina, così come lo è quello con i suoi due figli: la piccola Charlie (Milly Shapiro), ancora molto legata alla nonna, e il lunatico adolescente Peter (Alex Wolff). Inoltre l’angoscia di Annie, anche miniaturista, è ingigantita dalla difficoltà di finire un ambizioso lavoro in tempo per un’imminente mostra d’arte. Presto un fatale incidente automobilistico romperà del tutto l’equilibrio familiare già instabile, rovesciando la dimensione reale in un allucinante incubo.

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Il motore di tutti gli assassini con i guanti in pelle del cinema di Dario Argento è l’idea centrale del film: il trauma, cioè l’impossibilità di dimenticare un passato drammatico. Trauma che viene trasmesso come un malattia sui figli per cui diventa un onere ineludibile da sopportare senza alcuna colpa. A sostenere la tesi sono i diversi riferimenti alla tragedia greca e non ultimo ad Ifigenia, vittima innocente della follia e della bramosia del padre Agamennone.

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Realizzato dalla coraggiosa casa di produzione A24Ex Machina (2014) Under the skin, (2013) ad esempio, girato in maniera quadrata e capace, Hereditary – Le radici del male riesce perfettamente nell’intento di incutere  terrore, ma non un terrore che è sinonimo di spavento, bensì di disturbo e senso di impotenza. Infatti il regista stressa più che può lo spettatore esasperando la lunghezza dei monologhi, sostenuti da una formidabile Toni Colette le cui urla risuoneranno nelle orecchie dello spettatore anche dopo molto tempo dalla visione, e dei piani fissi tanto che il film prende una forma affascinante e non convenzionale come quella di una seggiola gotica, rigida, con lo schienale alto, tanto bella quanto scomoda.

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