La tortue rouge

La tartaruga rossa – Michael Dudok de Wit

L’immagine animata del mare in tempesta, toni grigi, scuri, è la prima a travolgere lo spettatore, risucchiato come il naufrago dello schermo da onde gigantesche. L’uomo si risveglia sulle sponde di una piccola spiaggia sabbiosa su un’isola deserta. Circondato, intrappolato, da una vegetazione lussureggiante, da granchi e uccelli, stanco e indebolito, tenta di lasciare l’isola. Costruisce zattere, sempre più grandi e resistenti, ma che, ogni volta, poco dopo la partenza, vengono affondate, distrutte da una forza invisibile e misteriosa proveniente dal mare. Al terzo tentativo, l’uomo scopre che i suoi piani di fuga si erano infranti a seguito dei colpi inflitti da una gigantesca tartaruga rossa, che urtava la zattera riducendola in mille pezzi, impedendogli così di prendere il largo.

L’eterno e universale scontro/ riconciliazione tra uomo e natura, è il centro nevralgico attorno cui ruota il primo lungometraggio animato del regista olandese Michaël Dudok de Wit La Tartaruga Rossa. Presentato al Festival di Cannes nella sezione “Un Certain Regard”, dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria, candidato agli Oscar nella categoria Miglior Film di Animazione, La Tartaruga Rossa è stato prodotto dallo Studio Ghibli, in coproduzione con Wild Bunch e gli studi francesi di Prima Linea Productions. Nei ruoli di produttore e produttore artistico troviamo infatti Toshio Suzuki, produttore dei film dello studio Ghibli, e Isao Takahata, autore, produttore e fondatore insieme ad Hayao Miyazaki della celeberrima casa animata giapponese. Quest’ultimo infatti è da sempre interessato e affascinato dal cinema di animazione francese, enorme fonte di influenza e ispirazione per la sua poetica.

La sua passione è nata proprio, come lui stesso dichiarò, da La Bergère et le Ramoneur (1980), film animato diretto da Paul Grimault e scritto dal poeta Jacques Prévert, le cui opere sono state tradotte e diffuse in Giappone da Isao stesso. Takahata era stato colpito e sedotto dal cortometraggio di Michaël Dudok de Wit Father and Daughter (2001), premiato con l’Oscar per Miglior Cortometraggio Animato, nella cui semplice, universale e commovente riflessione sulla resilienza dei legami familiari, aveva riscontrato una sensibilità che si addiceva alle caratteristiche della poetica dello studio giapponese.

Nonostante il tratto stilizzato, le linee sottili e il minimalismo del disegno siano elementi caratterizzanti dei fumetti belgi, francofoni, come Le Avventure di Tintin ad esempio, il rapporto con la natura e il ruolo dell’uomo nell’ambiente, presenti ne La Tartaruga Rossa, sono di ispirazione nipponica (ad esempio Pom Poko, 1994; Nausicaa della Valle del Vento, 1984; Principessa Mononoke, 1997; Ponyo sulla scogliera, 2008), così come l’intervento di animali osservatori nelle dinamiche narrative (Il mio vicino Totoro, 1988; La città incantata, 2001). Evitando la parola, il film si concentra esclusivamente sull’immagine e la musica (colonna sonora di Laurent Perez del Mar) sul linguaggio del corpo, e dell’animo, umano, attraverso realismo e simbolismo, utilizzo artigianale del carboncino, per alcuni fondali, e la computer grafica, indispensabile per animare la zattera e la tartaruga.

Un’opera che oscilla tra sogno e realtà, metafora e allucinazione, tra i colori monocromi, sbiaditi e grigi della notte e i verdi e rossi sgargianti, accesi, infuocati dal sole alto sullo sfondo tropicale. L’uomo immerso nel paesaggio, nel campo lungo, nel mondo animale, in un ambiente che rimane incontaminato, che cerca di (ri)costruire, riconciliare, il rapporto mistico e spirituale con la natura. Un film che disegna un ciclo di trasformazione ed evoluzione, crescita e presa di coscienza, nascita, morte e amore tra lunghe passeggiate, balli romantici, incontri e addii al chiaro di luna.