Il male di vivere Nano Egidio

Comicità di ricerca?

Il Nano Egidio si espone al Male di Vivere

Si sa, far ridere non è cosa semplice. Farlo in maniera intelligente lo è ancora di meno. Emozione ribelle per eccellenza, il riso è una bella grana per chi vuole suscitarlo. Ma perché? Perché il riso è ciò che scatta quando «avvertiamo» – come scriveva Pirandello – che qualcosa non va come dovrebbe, scatenando in noi una reazione scomposta, una sorta di buon affanno che ci fa respirare diversamente—come a dire: ehi, qui c’è qualcosa che non torna!

Per far ridere, dunque, è necessario innanzitutto che questo qualcosa che viene capovolto sia abbastanza familiare da essere riconosciuto (non a caso le battute degli intellettuali sono quasi sempre terribili): tipicamente il comico tratta personaggi, cose, modi di dire, situazioni, eventi—dell’immaginario collettivo e della cultura di massa. Secondo poi, la maniera in cui questo rovesciamento comico avviene deve essere abbastanza anomala (passando dall’iperbole crassa del sud Europa alla freddura ironica del Centro-Nord) da eccitare uno spassoso straniamento. Infine, chi vuole far ridere deve essere abbastanza abile da non dare a vedere che ciò che sta dicendo/facendo sia volutamente artefatto (il famoso “ora ti faccio ridere” che non funziona mai), deve cioè far sembrare vero il falso e falso il vero.

Al riso insomma non ci si abbona. Va rinnovato di volta in volta. E lo vediamo, sono pochissimi i comici di lunga durata: i più tendono a riciclarsi nel solito schema, affidandosi a battute logore, giochi triti e ritriti, sperando che aggiornando i fattori il prodotto non cambi—o, in tempi di commercio comico, tirare alla lunga puntando sul prestigio (rinfocolato sempre più penosamente) del proprio nome. Vedi il bollito di Crozza che galleggia sul nono canale. E vedi, al contrario, l’intelligente umile intermittenza di Corrado Guzzanti—probabilmente il più grande comico italiano vivente.

Fine della parte teorica. Passiamo alla pratica comica.

Gli scarabocchi di Maicol&Mirco ©2017 Micheal Rocchetti

In questi giorni è in scena al Teatro Studio Uno di Torpignattara il nuovo spettacolo del Nano Egidio. Poco noto forse alla scena nazionale, il collettivo negli ultimi anni si sta guadagnando la fama di piccolo fenomeno di culto all’interno del confuso sottobosco teatrale romano. Quella di Marco Ceccotti, Simona Oppedisano e Francesco Picciotti, infatti, è una comicità ricercata ma per nulla intellettualoide, che rifugge dalla battuta facile – sul bersaglio di turno dell’attualità – avventurandosi in un mondo strampalato e volutamente sghembo abitato da pupazzi, pupazzoni e pupazzetti, eredi malconci ed esilaranti di quello che nelle sfere più alte viene chiamato postmodernismo.

Nano Egidio contro il male di vivere spesso incontrato è il terzo e ultimo capitolo della trilogia  incentrata sulle disavventure del commissario Batman (la maschera sopra il volto di Ceccotti, o forse proprio il vero Batman, va’ a capire), del suo – discutibile – amico Egidio («ex nano da giardino», a occhio diremmo ex Mammolo, ma non vorremmo si offendesse, ora «nano di teatro» – la voce di Oppedisano) e del loro acerrimo nemico «il Ministro» (pupazzo da braccio in stile Muppets, vagamente hitleriano, molto ‘sellersiano’, governato da Picciotti), nonché di tutta un’allegra brigata di personaggi secondari che va dai quattro pollici in plastica al metro e settanta in carne e ossa.

Nano Egidio Una storia vera

Come suggerisce la rievocazione montaliana del titolo, questo nuovo spettacolo al contrario dei precedenti allarga il suo orizzonte di riferimento oltre gli stretti confini del micromondo teatrale per affacciarsi con più coraggio sull’attualità. Apparentemente potrebbe sembrare che il collettivo stavolta insegua la cronaca hard e pop dei nostri giorni con i suoi integralismi vari, dal fondamentalismi religiosi ai populismi politici; ma a ben guardare l’approccio è un altro—e ben più profondo.

Sbarazzatosi nel precedente capitolo della sua nemesi, troviamo qui il Nano Egidio assurto a Presidente del mondo della fantasia fare il suo primo proclama liberale: «Chi discrimina sarà perseguito». Sennonché la sua fida «Generala Nuda» (una barbie svestita e acrobatica, ex parodia della danza contemporanea) irrompe per informare che «la divinità cristiano-cattolica conosciuta come Dio è scomparsa». Sarà così che l’ex – ora ritiratosi a vita pretale – commissario Batman si troverà costretto a riprendere l’impermeabile del detective e andare alla ricerca di Dio.

Fine della parte informativa. Passiamo alle grane critiche, dove fra l’altro si dovrebbe capire il perché della premessa teorica.

Ora—è chiaro che mettersi a cercare quel Dio di cui la società si è disfatta con l’idea di poterlo sostituire razionalmente, per poi ridursi a un “rispetto universale” coatto che è né più né meno un diktat da fondamentalisti religiosi, solo in sala laica, è chiaro dicevamo che tutto ciò vada ben oltre il canovaccio per uno spettacolino d’intrattenimento comico.

A modo suo, Ceccotti (autore) affila la penna e comincia a incidere con più coraggio il nostro tempo, rifugiandosi sempre meno, con i suoi compagni, nella rassicurante bambagia del proprio immaginario di riferimento. Stavolta si sente di più un retrogusto rezzamastrelliano, tale per cui il bagaglio teatrale viene interiorizzato e restituito solo in seconda o terza battuta, cioè confondendo sempre di più l’ispirazione iniziale. In parole povere: continuano ad aleggiare i fumi di Elio e le storie tese & Co. però il «Nano» comincia a distinguere in maniera più precisa fra citazione, allusione e omaggio.

L’inevitabile contraccolpo è che questo nuovo capitolo è più fragile: manca qualche giro di vite perché storia, anzi, drammaturgia (stavolta lo è a tutti gli effetti) e comicità si mescolino in maniera omogenea. Si ride meglio ma si ride meno. Si riconosce una vera scrittura drammaturgica ma se ne colgono le scuciture.

“Una” soluzione è presto detta:il Nano Egidio deve avere più repliche e deve uscire molto più fuori da Roma. Deve rodarsi con altri pubblici. Insomma, se questa “esposizione” al rischio mostra un grande passo di maturità per una compagnia che cerca di portare avanti la – rara – pratica di un teatro comico di ricerca, sarà il caso che bussi con determinazione alle porte del circuito teatrale italiano (soprattutto residenze e festival). Non che non lo faccia per pigrizia, ma un po’ di coraggio in più non guasterebbe. E certo sarà il caso che le varie direzioni artistiche sparse per lo bel paese alzino le antenne e guardino oltre il proprio consueto giardino.

Ah, dimenticavamo, per la cronaca sarebbero – ancora – Under35.
Così. Per dire.

Ascolto consigliato

Teatro Studio Uno, Roma – 18 marzo 2017

(Immagini e foto: ©Federica Ceccotti | ©Nano Egidio | ©Elena Consoli)