Rossini ouvertures – Spellbound

Il vizio della vita a passi di danza

SpellBound rende omaggio a Rossini

Ci sono opere musicali che appartengono all’immaginario collettivo, pur se non si conoscono davvero. Si può sapere poco e niente del grandissimo compositore Gioacchino Rossini, ma non appena capita di ascoltare le note dell’ouverture del Barbiere di Siviglia subito le si riconosce come qualcosa di familiare, come se facessero parte del nostro patrimonio genetico. Forse è per questo che, per quanto sia un genere elitario, l’opera di Rossini possiede una componente molto più popolare di quanto si pensi, poiché le sue sinfonie, al pari di una canzone pop, hanno raggiunto una fama talmente grande da vivere ormai di vita propria.

Tuttavia, dietro alla perfezione formale e alla vivace grazia della sua musica si nasconde una vita turbolenta e complicata – destino comune alla maggior parte dei compositori – costellata di successi e insuccessi clamorosi, attività febbrile e indolenza, una vitalità travolgente espressa nell’amore per il cibo, per la mondanità, per le donne, interrotta bruscamente al culmine del successo per un ritiro a vita privata a Parigi, dove Rossini combatterà contro depressione, esaurimenti nervosi e una lunga malattia.

Ed è proprio su questa oscillazione ambivalente che Mauro Astolfi costruisce Rossini ouvertures, lo spettacolo-celebrazione che SpellBound Contemporary Ballet dedica al grande compositore di Pesaro (di cui nel 2018 ricorreranno i 150 anni dalla morte): non una trasposizione in danza delle opere musicali dell’autore, la cui musica pur sempre si susseguirà in scena, bensì un’espressione più globale della vita dell’uomo, più che dell’artista, attraverso il gesto coreutico.

In scena, soltanto una grande parete (a cura di Filippo Mancini/CHIEDISCENA) con tanti sportelli che lasciano immaginare diverse aperture di un intricato labirinto mentale fatto di nascondigli e cunicoli in cui apparire e scomparire, strisciare, nascondere il cibo e il vino, sedurre o essere sedotti. Situazioni disparate in cui si ritroveranno – in assoli, piccoli gruppi o parti corali – i danzatori (Fabio Cavallo, Alice Colombo, Maria Cossu, Giovanni La Rocca, Mario Laterza, Giuliana Mele, Caterina Politi, Giacomo Todeschi, Serena Zaccagnini),ovvero uomini e donne alle prese con una danza che riflette gli aspetti più sfaccettati di loro stessi – quelli più ferini, erotici, comici, malinconici, dirompenti – e che asseconda o sfida gli accenti musicali del Barbiere di Siviglia, La Gazza Ladra, Stabat Mater, fra gli altri, in un contrappunto costante fra fluidità del movimento e segmentazione del corpo.

Colpisce, così, l’intento giocoso della danza, come la sua carica seduttiva, ma forse più di tutto la sua spiccata teatralità che accentua leggermente la già vertiginosa espressività dei danzatori, ineccepibili altresì nella tecnica. Tutti, allora, saranno Rossini, o meglio, uomini “rossiniani” impressi in immagini in movimento: Rossini che ingurgita l’adorato cibo, attorniato dalle donne o dagli amici, o infine su un letto assediato dai fantasmi della depressione, in uno spazio sempre cangiante grazie al notevole disegno luci di Marco Policastro che dialoga con la danza drammaturgicamente, passando da scenari onirici ad atmosfere più verosimili, come l’ombra della grata di una finestra che lascia penetrare la luce del sole.

Tramutando in movimento la vita di un compositore non soltanto nel suo genio ma soprattutto nella sua complessità di uomo con i suoi talenti e le sue debolezze, Mauro Astolfi rende un sentito omaggio alla figura di Rossini votato più al disincanto che alla reverenza; più “pop”, potremmo dire, perché accessibile a tutti, soprattutto a chi, di Rossini, conosce solo l’aura di genialità e non quell’ombra scura e minacciosa che, nello spettacolo come nella vita, lo segue dappertutto.

Ascolto consigliato

Teatro Vascello, Roma – 23 marzo 2017

In apertura: Foto di scena ©Cristiano Castaldi