©Eric Ward

Kilowatt Festival XIII. Dubbi e domande

Perché facciamo quel che facciamo? Cosa ci spinge, e per portarci dove? No, per carità, non c’è bisogno di stare ad arrovellarsi, ma che lo vogliamo o meno causa e fine segnano il percorso del nostro cammino: si parte da un dubbio e si cerca una risposta.

Inseguiti dal torrido Caronte, anticiclone dall’occhio di bragia, ci spingiamo così in direzione Toscana, Sansepolcro, Kilowatt Festival. Ed ecco che senza volerlo ritornano le domande: perché andare a un festival? perché passare giorni a vedere spettacoli? per passione, per curiosità, per devozione (causa)? per ricrearsi, per scoprire, per elevarsi (fine)?

L’arte d’altronde è una pratica, un esercizio alla “manifestazione dell’inesauribilità dell’ignoranza” come la chiama Percivall Everett (in uno dei capolavori della letteratura americana degli ultimi anni, Virgil Russell by Percival Everett), una ginnastica che ci rende sempre più abili a porci domande, vale a dire – se stiamo andando troppo sul sottile – ad affrontare la vita.

E allora, giacché siamo vivi, vediamo come vivono gli altri nella loro arte, vediamo come si interrogano, come affrontano i propri dubbi. Insomma, andiamo a un festival di teatro.

Giunto alla sua XIII edizione, quest’anno il Kilowatt tenta un allargamento di pubblico operando su due fronti. Da un lato rafforza l’offerta aggiungendo nomi di richiamo (Iaia Forte-Paolo Sorrentino, Banda Osiris, Enzo Cosimi) e spettacoli in piazza gratuiti; dall’altro si apre all’Europa con un progetto internazionale quadriennale – Be SpectACTive! – che sulla scia del progetto kilowattiano dei visionari (leggi qui) mira a esplorare il ruolo dello spettatore attivo, tanto nel processo creativo quanto in quello dialettico della visione, cioè di incontro e confronto fra pubblico e artisti. Luca Ricci, insomma, direttore artistico del festival, sembra volerci spingere a interrogarci su un perché che si declina (anche) in per chi.

Giungiamo allora curiosi in questo splendido borgo medievale che solo il giorno prima aveva visto due dei migliori spettacoli in circolazione – Pinocchio di Zaches Teatro e Stasera sono in vena di Oscar De Summa -; ma se, come recita il motivo di quest’anno “Ospitali di Natura”, la vocazione del festival all’accoglienza rimane felicemente invariata, confermandosi luogo ideale di incontro per artisti, operatori, critici e spettatori, è altresì vero che il valore effettivo dell’offerta teatrale (cioè al netto dei curricula degli artisti coinvolti) dei giorni in cui siamo rimasti – 22-24 luglio – non ha alimentato nuove e inaspettate domande.

Ci è parso infatti che, tendenzialmente, gli spettacoli (scelti e dalla direzione e dai visionari) non avessero particolare vigore e originalità nel porsi interrogativi e dunque, inevitabilmente, nell’affrontarli artisticamente. Abbiamo notato una certa stanchezza creativa, come di chi annaspi a mantenersi vivace e lungimirante, ripiegandosi in domande minime, forme e formule già battute, risposte rassicuranti. Ma non si tratta in sé e per sé di un passo falso del Kilowatt, il fatto è che ultimamente si respira una grande fatica generale nel mondo teateale italiano (si pensi alla riforma del FUS, alla mancanza di luoghi dove creare-provare, all’atrofizzazione coatta al monologo). E certo è che se la situazione politico-economica comincia a fiaccare perfino la creatività degli artisti, c’è da preoccuparsi seriamente.

Anche la formula dei visionari (per quel che abbiamo potuto constatare all’incontro di venerdì 24) ha confermato alcuni dubbi dello scorso anno. Se l’idea di coinvolgere non addetti ai lavori nella programmazione del cartellone e di spingerli, in seguito alla visione, a confrontarsi con compagnie e critici è un’operazione indubbiamente interessante, convince meno quando parte degli stessi proseguono l’esperimento anche negli anni a seguire, diventando così uno strano ibrido fra spettatore occasionale, appassionato di teatro, operatore e critico; perdendo così il proprio prezioso sguardo “vergine” e lanciandosi, pur comprensibilmente, in considerazioni in continua oscillazione fra impressionismo dissimulato e pseudo-tecnicismo.

La critica, però, come l’arte, richiede un grande esercizio di osservazione, di dubbio, di ascolto, e anche di pazienza, confronto, accoglienza. Come si può giudicare gli altri senza prima mettere in discussione sé stessi? Come si fa a dire a un artista, ad esempio, di “accorciare” alcune scene prima di avergli chiesto le ragioni delle sue scelte? È vero, sí, che il teatro è in continuo divenire, ma ciò non significa che si possa intervenire liberamente a modificarlo: sarebbe come chiedere a Van Gogh di togliere un po’ di giallo dai suoi quadri perché non ci convince.

Forse ha ragione Michele Pascarella quando domanda e si domanda, incompreso, se negli ultimi tempi, tanto gli spettatori quanto gli artisti, non siano mossi da un certo narcisismo prospettico che ne fiacca la capacità di astrazione e quindi di sperimentazione (nel vedere, nel creare).

Come speriamo emerga da queste considerazioni (nei prossimi giorni vi racconteremo alcuni spettacoli più in dettaglio – clicca qui), non si tratta qui di promuovere o bocciare uno spettacolo, un artista o un festival che sia; fondamentale è innanzitutto problematizzare, soffermarci sull’esperienza, porci domande e condividerle: per interrogarci insieme e allargare i nostri dubbi.

Solo così, a nostro avviso, il percorso dell’arte può incrociare il nostro cammino e arricchirlo di nuove strade.

Ascolto consigliato

Sansepolcro (AR) – 22-24 luglio 2015