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John Wick – Chad Stahelski, David Leitch

Dopo l'improvvisa morte della moglie, John Wick (Keanu Reeves) riceve dalla donna un ultimo regalo: un cucciolo di beagle accompagnato da un biglietto che lo esorta a non dimenticare mai come si fa ad amare. Ma il profondo cordoglio di John viene interrotto quando la sua Boss Mustang del 1969 attira l'attenzione del sadico malvivente Iosef Tarasof. Quando John si rifiuta di vendere la macchina, Iosef e i suoi tirapiedi irrompono in casa sua, rubano l'auto, picchiano John fino a fargli perdere i sensi e uccidono il cucciolo. La banda non sa però di aver risvegliato uno dei più crudeli assassini che la malavita abbia mai conosciuto.

Molto probabilmente la domanda che ci si potrebbe porre a questo punto è: può questa banalissima causa scatenante reggere lo svolgimento di un film di 100 minuti? È davvero sufficiente la morte di un cucciolo di cane al quale non si fa nemmeno in tempo ad affezionarsi a convincere un assassino che ha appeso le armi al chiodo (o, per meglio dire, seppellite sotto al pavimento del salotto completamente a caso) a uccidere e sterminare ogni membro della mafia russa newyorkese? La risposta è no, chiaramente, ma Chad Stahelski e David Leitch i due registi (cosa che, risultato alla mano, fa molto sorridere) che hanno firmato questo progetto sembrano curarsene poco, occupati più che altro a costruire una bella sequenza di raccordi tra inquadrature davvero perfette, calibrate al dettaglio e visivamente molto d'impatto, ma fini a se stesse.

Purtroppo però non siamo davanti all'ennesimo caso di “shooters” Vs “registi”, poiché seppure in questa “sequenza di situazioni” avesse avuto un ruolo anche una bella storia, è comunque in ogni caso ingombrante e logorroico vedere incastonati per l'ennesima volta degli attori in stereotipi sbiaditi nei caratteri di quei personaggi che li hanno resi famosi. Vediamo quindi uno stanchissimo Keanu Reeves nei panni dell'eroe che risorge, Willem Dafoe interpretare un incallito serial killer “freelance”, il buon Alfie Allen (già Theon Greyjoy in Game of Thrones) non svestire i panni caratteristici del figlioccio atteggiato del re cattivo, il tutto in un minestrone di noiose sbavature grossolane, tipiche di un genere mal gestito, che non fa altro che peggiorare la situazione già fortemente aggravata dall'assenza di un vero plot point all'interno di tutta la trama.

A conti fatti si salva quel sarcasmo surreale che guida un po' tutto il film. Ma purtroppo l’uso di un’ironia grottesca e a tratti nonsense da sola non giustifica, non salva, né tantomeno ammorbidisce il giudizio per quello che, almeno a nostro avviso, è un brutto film.