house of cards 3

In cima al mondo

La terza stagione di House of Cards

Li avevamo lasciati lì, in cima al mondo, alla Casa Bianca. Il finale della seconda stagione era stato semplicemente perfetto, col coronamento del diabolico piano della coppia e l’immagine vincente di Frank nello studio ovale, sguardo come sempre dritto in camera verso noi spettatori. In quest’ultima serie di House of Cards, le cose non vanno per il meglio: l’economia stenta, i livelli occupazionali stanno calando, affievolendo gli indici di gradimento. Pesa il fatto di non essere stato eletto, ma di essere succeduto ad un capo di governo che si è dimesso; il mezzo per provare a risollevare le proprie sorti è un drastico e costoso provvedimento chiamato “AmericaWorks”, che prevede l’impiego di ingenti fondi da immettere sul mercato per favorire assunzioni e ripresa dell’economia. Biasimato dalla nazione, ostacolato dal Congresso, in difficoltà anche sul piano della politica internazionale, con una complessa situazione nella valle del Giordano e i turbolenti rapporti con il presidente russo Petrov, Frank vacilla e fatica a tenere in equilibrio i vari elementi.

Le prime due stagioni di House of Cards hanno funzionato perché hanno puntato sulle manovre del dietro le quinte costruendo in realtà un’autentica tragedia shakespeariana. La terza stagione, invece, si è interessata sia di politica interna, sia di politica estera, mostrando un ribaltamento della scena, facendo respirare un’aria nuova: si respira l’ossigeno della stanza ovale, si sale sull’Air Force One per viaggiare dall’America alla Russia. Si coinvolge di più lo spazio, ma più spazio significa anche più nemici e nonostante questo annunciato e, per certi versi, irrinunciabile cambio di rotta, le nuove tredici puntate non perdono mai il ritmo e riescono a mantenere l’attenzione dello spettatore ad un livello molto alto, nonostante venga a mancare quel coinvolgimento in prima persona e in alcuni momenti ci si senta perfino rifiutati da quel protagonista di cui eravamo abituati ad essere confidenti dietro la telecamera.

Se la seconda stagione è quella dell’ascesa al potere, la terza stagione di House of Cards racconta un primo accenno di caduta. L’obiettivo di Frank è la tenuta dello status quo, della posizione raggiunta, e dunque c’è tutto da perdere. Detto ciò, Frank sprofonda nel suo ruolo e tende al limite il rapporto con la moglie Claire; si inseriscono nuovi personaggi che scardinano i già fragili equilibri della politica e della vita personale, come per esempio l’autore di best-seller di nome Tom Yates (Paul Sparks), incaricato da Frank di scrivere un testo sulla visione rappresentata da AmericaWorks, che il protagonista non esita a paragonare come portata al New Deal di Roosevelt.

Underwood si scopre più umano e vulnerabile, e i suoi nemici non esiteranno ad approfittarsene, specialmente se c’è di mezzo il suo matrimonio, vero protagonista assoluto di questa stagione, con continui colpi di scena, momenti felici e momenti drammatici. Sarà il loro rapporto a caratterizzare tutta la stagione, e qui si registra un ulteriore evoluzione di Claire, con un interpretazione di Robin Wright assolutamente magistrale. Se finora il rapporto era stato ambiguo e affascinante, unione di due anime ciniche, accomunate da un unico obiettivo, il raggiungimento del potere, ora i due invece sono soltanto marito e moglie, con crisi e problemi annessi, diventando una coppia quasi ordinaria. La stessa attrice, inoltre, porta qualità anche dietro la macchina da presa (firma infatti la regia degli episodi nove e undici), unendosi a un cast tecnico superbo e di indubbia qualità che rende la serie una delle migliori soprattutto dal punto di vista registico.

In più prendono piede le storia secondarie, fin qui appunto sfiorate ed ecco il ritorno di Doug Stamper (Michael Kelly), tutt’altro che fuorigioco e determinato ad aiutare Frank, ma anche l’hacker Gavin Orsay (Jimmy Simpson) che cerca di rintracciare Rachel, in fuga dopo l’ultima stagione, la giornalista del Wall Street Telegraph Kate Baldwin (Kim Dickens) e gli ambigui Jackie Sharp (Molly Parker) e Remy Danton (Mahershala Ali). C’è anche altro: le candidature alle primarie, tipica situazione americana, e ancora il ruolo irrinunciabile della stampa, che del potere rimane uno dei controllori principali, e infine il valore della propaganda, qui rappresentato dal libro mai terminato di Tom Yates.

Kevin Spacey si conferma professionista di scala mondiale, ma tornando alla trama una rivelazione della stagione è senz’altro Doug Stamper, confermatosi personaggio determinante dall’inizio alla fine; tutto per, come detto prima, dare molto più spazio alla dimensione umana e personale dei protagonisti scivolando dal thriller politico al dramma. In definitiva quindi, la scrittura rimane ai livelli delle due stagioni precedenti, tracciando un profilo meno politico e più umano di personaggi costretti finalmente a fare i conti con loro stessi, quando in mano si ritrovano tutto ciò che avevano sempre voluto e per cui hanno sempre lottato.