Foto di scena ©Manuela Giusto

Bigodini (Oh, Mary) – Francesca Manieri & Federica Rosellini

Dal fondale nero del teatro dell’Orologio si fanno avanti due figure, diafane, pallide come la biancheria che indossano. Le protagoniste di Bigodini (Oh Mary) – libero adattamento del Frankenstein di Mary Shelley, scritto e diretto da Francesca Manieri e Federica Rossellini – sembrano due fantasmi usciti da un romanzo gotico. Al lato del palco c’è un microfono, per amplificare il suono delle parole – poche – che saranno dette; per il resto, sarà una drammaturgia del corpo a prendere vita in questa scenografia spoglia.

Ci troviamo in un luogo uterino, che forse procede la coscienza; navighiamo in un liquido amniotico dove ancora tutto tace; al corpo è lasciato il compito di esprimere l’inesprimibile delle emozioni: all’inizio, le due attrici (Cristina Gardumi e Federica Rosellini) si muovono impercettibilmente e l’atmosfera ricorda l’immobilità irreale di un quadro di Hopper.


E. HopperWoman in the Sun (1961) ©Whitney Museum of American Art, N.Y. | Ph. ©Steven Sloman

Ma ecco che a poco a poco i movimenti si fanno più vorticosi; è una danza segreta, primitiva, carica di mistero, che converge sulla figura al centro di tutto: la madre. Un rapporto impossibile fra madre e figlia sembra infatti delinearsi tra queste due figure danzanti: una è una donna adulta e sensuale, l’altra invece ricalca l’atteggiamento di una bambina.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Le attrici portano avanti, così, un lavoro intenso sull’espressione delle emozioni, teso ad esplorare fino in fondo le potenzialità del corpo, immortalando su di sé attimi di poesia, ironia e dolore; ecco allora apparire in filigrana la condanna di chi viene abbandonato dai propri cari, trascinandosi addosso un’esistenza che è eterno e funesto ritorno dell’identico, circolo vizioso di vita e morte, senza compimento né redenzione. Allo stesso modo, ricomincia allora la pantomima: i movimenti si dilatano, acquistano velocità, si rispondono a vicenda. Poi, l’implosione.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Abbiamo abbandonato il grembo materno e ora le attrici, di fronte al pubblico, sono pronte a dar vita con le parole ai fantasmi della vita di Shelley: i figli abortiti, il loro sangue che scorre invisibile su un catino dove Mary si sta lavando, e ancora sua madre – morta subito dopo averla partorita -, il nome inciso sulla lapide, prima mesta lettura per la piccola Mary.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Una vita, dunque, segnata da una morte incombente, che la scrittrice tenterà di sublimare con la sua creatura, Frankenstein, lo studioso – sconvolto anch’egli dal lutto materno – che concepirà a sua volta una Creatura a partire dall’assemblaggio di cadaveri. Il romanzo di Shelley rappresenta, insomma, un tentativo disperato di fare a meno della donna nella “generazione” degli esseri umani – vita sterile senza madri.

Foto di scena ©Manuela Giusto

Sulle assi dell’Orologio questo parto rimosso torna alla luce in tutta la sua forza grazie al lavoro di Manieri/Rosellini, fautrici di un teatro al femminile, dal tocco delicato e complesso che indaga attraverso il corpo emozioni oltremodo inesprimibili: il lutto, il mistero della maternità e la consapevolezza che è proprio da essa che si genera la morte. Perché – per dirla con le parole di Dylan Thomasuna volta usciti dalla porta naturale, cominciamo a costruirci il sudario per il viaggio.

Teatro dell’Orologio, Roma – maggio 2015