Ciò che inferno non è

Ciò che inferno non è – Alessandro D’Avenia

Che cos’è l’Inferno? Di certo non quella dimensione onirica popolata di spettri, anime in pena, diavoli e demonî senza cuore né pietà per i malcapitati che vi finiscono dentro; non è religione né superstizione né credenza popolare. No, l’Inferno è qualcosa di ben peggiore, l’Inferno è quando bambini di appena dieci anni vivono a contatto con una realtà fatta di violenza, soprusi e violazione del sacrosanto diritto di essere felici; Inferno è quando una donna è costretta a portare in grembo il frutto di uno stupro e poi lasciata sola nella sua terribile decisione; Inferno è quando un uomo viene trascinato sull’orlo della rovina soltanto perché si è rifiutato di sottomettersi alla volontà del più forte (o semplicemente del più prepotente).

Questa è la cruda realtà che si trova davanti Federico, diciassettenne della Palermo bene, quando supera il passaggio a livello che separa la sua città da Brancaccio, un quartiere che fa paura, dove le leggi non sono quelle dello Stato ma quelle di Cosa Nostra, che prosciuga i suoi abitanti dei sogni, delle speranze, della vita stessa. Ma perché mai un giovane così lontano da questo ambiente tanto decadente dovrebbe avvicinarvisi? Semplice, perché talvolta, nella storia, nascono uomini che si rifiutano di voltare lo sguardo e far finta di nulla, uomini di principî, capaci di trascinare con sé le masse e portare un segno di speranza anche là dove, di speranza, non ce n’è.

Quest’uomo è Padre Pino Puglisi, vero e proprio eroe palermitano, protagonista del libro di Alessandro D’Avenia Ciò che inferno non è (Mondadori, 2014), il quale proporrà al giovane Federico un’esperienza ben più utile di qualsiasi vacanza studio all’estero: trascorrere qualche mese in mezzo ai suoi compaesani, tra quei reietti che i palermitani benestanti fingono di non vedere “perché è più semplice”, perché è più comodo.

Mafia

Inizialmente recalcitrante, grazie a 3P (è così che i ragazzi chiamano Don Pino) Federico scoprirà che l’Inferno è semplicemente un luogo dove non c’è amore; eppure, proprio nella desolazione morale di Brancaccio, capirà che un inferno può offrire anche momenti di pura grazia e dolcezza, momenti d’amore che ci fanno finalmente capire ciò che inferno non è.

Un libro che è un vero e proprio colpo allo stomaco; anzi, in faccia, lì dove fa più male, dove non si può nascondere. Dopo l’acclamato Bianca come il latte, rossa come il sangue, D’Avenia dà prova di sorprendente maturazione: con il suo stile incisivo, dal forte impatto emotivo, a tratti secco, a tratti di una dolcezza poetica, lo scrittore siciliano ci spinge a toccare con mano, a scontrarci, a sporcarci con quella realtà ancora troppo sconosciuta, con quell’inferno mascherato di normalità, in cui la Mafia regna incontrastata a pochi passi da palazzi antichi e piazze affollate di semplici cittadini e turisti.

Perché, in fondo, “così sono tutti i bambini di Brancaccio: vengono iniziati all’inferno organizzando duelli alla morte tra cani randagi, seviziando gatti da gettare in pasto a quegli stessi cani da guerra o da impiccare… La luce si oscura e viene sostituita dalla rabbia di chi distrugge e non sa neanche il perché, di chi impara a dominare prima di amare, di chi non sa che amare aggiunge qualche cosa alla vita e invece odiare lo toglie, ma odiare è più facile e immediato. È una sorta di anestesia che non fa sentire la vita e la luce.”