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Otel Bruni – Valerio Massimo Manfredi

La cascina nella pianura emiliana, i campi coltivati con fatica e sacrifici, la grande stalla, albergo dove ogni pellegrino può trovare ricovero e un piatto caldo di minestra, il luogo in cui ci si riunisce per raccontarsi storie durante le lunghe notti d’inverno, suggestivo retaggio di una tradizione millenaria.

Un mondo antico, fatto di valori semplici ma incredibilmente sentiti, di leggende ancestrali, superstizioni, sofferenze, ma anche solidarietà e piccole gioie quotidiane, un mondo autentico, quello abitato dai Bruni – Callisto, la Clerice, i loro figli, sette maschi e due femmine, una famiglia contadina stretta tra gli eventi della Storia, quella che non guarda in faccia nessuno, che scorre indomita senza curarsi dei suoi piccoli protagonisti.

Questo il contesto che fa da cornice a Otel Bruni (Mondadori, 2011), un’opera che, almeno in apparenza, si distacca dalla consueta produzione letteraria di Valerio Massimo Manfredi, perlopiù dedicata al mondo dell’epica e della storia greco/romana.

Il romanzo, ambientato nell’Italia della prima metà del ‘900, possiede una potente forza descrittiva ed evocativa: il Paese è quello raccontato dai nonni e dai bisnonni, più oggettivo rispetto ai racconti familiari, più coinvolgente dei testi di storia che si studiano sui banchi di scuola; il contesto storico quello dell’Italia contadina e della sua irrefrenabile caduta nel nero baratro della Grande Guerra.

Un’opera che attraversa il genere storico e si avvicina al romanzo di formazione, ben percepibile specialmente nell’evoluzione costante dei personaggi, via via mossi da passioni e motivazioni sempre più contemporanee, dal desiderio e dal fascino della modernità, della vita borghese, dalla volontà di riscatto da una vita povera fatta di fatiche (molte) e soddisfazioni (poche).

Se la prima parte del racconto narra di quotidianità in toni decisamente realistici, la seconda, che va dall’ascesa di Mussolini alla seconda guerra mondiale, merita una menzione particolare per l’oggettività con cui vengono raccontate le motivazioni dei giovani di entrambi gli schieramenti politici, ragazzi semplici, influenzati da idee sufficienti a metterli l’uno contro l’altro, fino alla morte.

Lo stile è magistrale, racconta senza giudicare, con una scrittura pulita e chiara, affine a quella della cronaca, che non risparmia al lettore momenti di crudeltà affiancati ad altri di semplice e pura poesia.

Nel complesso un romanzo corale che, a pensarci bene, non si discosta forse poi così tanto dalla produzione manfrediana: protagonista è sempre la Storia, ma soprattutto coloro che la storia talvolta la fanno, altre volte la subiscono, sempre la influenzano e ne vengono influenzati, mantenendo comunque una profonda, ineluttabile umanità.