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Gene Tierney, la diva fragile

Il suo nome forse non ha trovato il posto che avrebbe meritato nel pantheon delle più popolari stelle hollywoodiane, almeno in Europa. Il suo volto ha tuttavia segnato in maniera indelebile, anche dalla nostre parti, la memoria cinefila di intere generazioni di spettatori. Non potrebbe essere altrimenti per una attrice unica come Gene Tierney, scelta per la sua raffinata bellezza e per il suo fascino misterioso da alcuni tra i più grandi registi del cinema classico americano. La Lab80 a partire dal 26 Maggio riporta nelle sale italiane, in versione restaurata digitale, quattro tra i titoli più importanti della sua carriera, firmati da quattro grandi cineasti: Il cielo può attendere (1943), Vertigine (1944), Femmina folle (1945) e Il fantasma e la signora Muir (1947).

Locandina Gene Tierney

Primo titolo in ordine cronologico è Il cielo può attendere (1943), summa del cinema del maestro della commedia Ernst Lubitsch. In questo celebre adattamento per il grande schermo della commedia teatrale Birthday di Leslie Bush-Fekete Gene Tierney impersona la donna del protagonista, Henry Van Cleve (Don Ameche), un impenitente viveur che passato a miglior vita traccia il bilancio della sua avventurosa esistenza. Il ruolo richiese alla Tierney, al suo primo impegno in una produzione importante, una ampia gamma di sfumature, dovendo il suo personaggio, nel corso del lungo flashback che costituisce il film, coprire l’intero corso dell’esistenza terrena, dalla giovinezza alla vecchiaia.

Fu tuttavia con un altro ruolo che la Tierney si conquistò un posto di assoluto rilievo nella storia del cinema: quello di Laura nell’omonimo capolavoro noir di Otto Preminger, distribuito in Italia con il titolo Vertigine (1944). Passando da vittima a prima indiziata di omicidio, la sfuggente femme fatale di Gene Tierney si trova nel film di Preminger al centro di un triangolo disegnato da tre grandi interpreti maschili come Dana Andrews, Vincent Price e Clifton Webb. La splendida colonna sonora, le grandi caratterizzazioni, l’impeccabile sceneggiatura e la solida mano di un grande maestro dietro la macchina da presa hanno fatto di Laura un caposaldo della settima arte, che sarà esaltante riscoprire sul grande schermo nello splendore del nuovo restauro.

Se quella raggiunta con Preminger rimase la vetta più alta tra le produzioni a cui prese parte, fu in un’altra pellicola, immediatamente successiva, che l’attrice per la prima volta nella sua carriera ottenne un ruolo da protagonista assoluta. Nello splendido Femmina folle (1945) di John M. Stahl la Tierney, alla sua prova più impegnativa, offrì una interpretazione eccellente nei panni di una donna tormentata da una gelosia patologica. Vittima di un irrisolto complesso di Elettra, Ellen arriva a distruggere qualsiasi ostacolo si frapponga tra lei e l’amore di suo marito, in cui rivede le sembianze paterne.

Tra tutte le figure femminili impersonate nella sua carriera, fu forse proprio nel personaggio di Ellen che l’attrice ebbe modo di trasfondere la dose più consistente del suo vissuto. Dietro la sua maschera di radiosa serenità si celava infatti una esistenza costellata da tragedie familiari e traumi interiori mai superati, che negli anni della maturità sfociarono in severi disturbi mentali. Impreziosito da un apparato scenografico di prima grandezza e girato in un fiammeggiante technicolor, il film di Stahl stupisce ancora oggi per la sua potenza melodrammatica e merita di essere nuovamente ammirato nella pienezza del grande schermo.

Conclude il poker della rassegna il delizioso Il fantasma e la signora Muir (1947) di Joseph L. Mankiewicz, in cui Gene Tierney gioca di sponda con un asso della recitazione come Rex Harrison. In un duetto di ruoli che anticipa quello Harrison-Hepburn di My Fair Lady (1964), la Tierney tiene testa al burbero fantasma di un vecchio lupo di mare, illetterato e misogino, fino a quando non finisce per innamorarsene perdutamente. Come nel film di Lubitsch, la Tierney torna qui a consumarsi nello scorrere del tempo, fino ad un meraviglioso ultimo atto d'amore. A lei che la vita non aveva risparmiato sofferenze e dolori, il cinema sembra così rinnovare la più grande delle promesse: l’eterna persistenza di un finale felice, reale e illusorio ad un tempo.