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Fireball: Visitors from Darker Worlds

Herzog rivolge ancora il suo sguardo verso l’alto affrontando un affascinante viaggio nei luoghi del pianeta segnati dall’impatto con masse rocciose provenienti dallo spazio.

Nel corso del suo instancabile pellegrinaggio oltre le frontiere del filmato e del filmabile, Werner Herzog ha più volte rivolto il suo sguardo verso l’alto. Spesso il suo cinema ha catturato l’immagine di cose o persone  piovute dal cielo: i relitti di vecchi satelliti nel deserto di Fata Morgana, il Brad Dourif Alieno ne L’ignoto spazio profondo o il trovatello d’Europa Kaspar Hauser. La sua stessa filmografia è continuamente percorsa da un indomito moto ascensionale in senso contrario, una ossessione per il volo destinata a schiantarsi contro la dura realtà della caduta. Basti pensare a figure come quelle dell’intagliatore Steiner, di Dieter Dengler o dell’ingegnere Graham Dorrington ne Il diamante bianco. Non stupisce, quindi, che l’attenzione del leggendario cineasta tedesco questa volta si sia spostata sull’affascinante fenomeno di asteroidi, meteoriti e stelle cadenti in un progetto che ha richiesto diversi anni di ricerche e preparazione. Per la seconda volta, dopo la collaborazione per Into the Inferno,  accanto a lui dietro la macchina da presa troviamo il geologo Clive Oppenheimer, conosciuto in Antartide nel 2007 durante le riprese di Incontri alla fine del mondo.

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Quello che si percorre in Fireball: Visitors from Darker Worlds, presentato in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma, è un itinerario lungo una mappa che unisce luoghi remoti del pianeta terra segnati dall’impatto con masse rocciose provenienti dallo spazio. Un impatto non soltanto fisico, filo conduttore di questo nuovo importante tassello della filmografia herzoghiana è infatti l’interpretazione che l’umanità, nel corso dei millenni e alle più svariate latitudini, ha dato di questi fenomeni. Per leggere la complessa vastità antropologica della materia, Herzog e Oppenheimer inanellano una serie di incontri con uomini straordinari, campioni di curiosità ed eclettismo: tra i tanti personaggi memorabili il jazzista norvegese Jon Larsen che raccoglie polvere cosmica sul tetto di una gigantesco stadio di Oslo, il padre gesuita Guy Consolmagno ricercatore presso l’Osservatorio Astronomico di Castel Gandolfo, gli astronomi Joanna Bulger e Mark Willman che da una sperduta isola delle Hawaii tengono ogni giorno sotto controllo la volta celeste pronti a lanciare l’allarme planetario in caso di pericolo.

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Ognuno di questi entusiasti narratori si colloca nel perimetro di un luogo geografico definito, epicentro dal quale il commento in voice-over herzoghiano si eleva nei passaggi più significativi del film verso momenti di ipnotica sospensione. Se infatti la genesi condivisa del progetto con Clive Oppenheimer tende a spostare il baricentro del film verso una più stringente divulgazione scientifica, non mancano i momenti di pura “verità estatica” così cari al regista bavarese. Nel remotissimo porto di Chicxulub in Messico, dove 66 milioni di anni fa è precipitato l’asteroide più grande di sempre,  un “luogo così dimenticato da Dio da farti venir voglia di piangere” o su una sterminata distesa di ghiaccio in Antartide, unico luogo al mondo in cui si può vivere l’esperienza di camminare per 5000 chilometri, con 5 mesi di luce ininterrotta, senza incontrare traccia di essere umano. Poco importa se quello che vediamo accadere lì, l’incredibile coincidenza filmata del ritrovamento di una roccia cosmica nel mezzo del nulla, come spesso nel cinema “documentario” di Werner Herzog è frutto di una ricostruzione. “Il crollo delle galassie avverrà con la stessa grandiosa bellezza della creazione”. Era la citazione attribuita a Blaise Pascal con cui Herzog apriva nel 1992 uno dei suoi capolavori, Apocalisse nel deserto, e sarebbe l’epitome perfetta anche per incorniciare questa esplorazione. A patto di non pretendere eccessive garanzie sulla veridicità della fonte.