fino a qui tutto bene

Fino a qui tutto bene – Roan Johnson

In concorso nella sezione Prospettive Italia al IX Festival del Cinema di Roma, Fino a qui tutto bene è un concentrato di storie e di pensieri per raccontare il passato e immaginare il futuro di un gruppo di giovani, chi impegnato in una compagnia teatrale chi preso dalla carriera accademica di ricerca, tutti comunque alle prese con i continui dubbi del presente. Si tratta dell’ultimo weekend di cinque ragazzi che hanno studiato e vissuto a Pisa, nella stessa casa che è stata per loro teatro di vita, fatta di amori nati e finiti, festeggiamenti per i trenta e lode e nottate insonni su libri indecifrabili. Quel tempo così giovane, divertente e spensierato, sta per finire. Ognuno prenderà strade diverse, facendo scelte che determineranno il corso di una vita intera.

La mano del regista si nota nel rendere piacevole la narrazione, con una sapiente dose di ironia e leggerezza indispensabile per dipingere un quadro che non per forza deve essere negativo. Johnson usa bene il cast, fatto di attori giovani ma non troppo, e proprio per questo già maturi, chi più chi meno, per rendere il tutto abbastanza credibile. L’umorismo toscano, con relativo dialetto, mescolato con quello siciliano, è un buon mix di partenza, per un’opera che potrebbe essere una sorta di manifesto generazionale degli ultratrentenni, in un paese con poche opportunità, dove persino l’Islanda rappresenta qualcosa di meglio. Ci sarebbero anche gli ingredienti per farne una serie TV ben fatta, con gli interpreti giusti nei loro ruoli e mai sopra le righe, dove si potrebbero meglio sviluppare i personaggi, forse mai esplorati fino in fondo.

Insomma gli ultimi tre giorni di un gruppo di amici che hanno vissuto il momento più bello della loro vita e che non si vedranno più è una metafora di un’intera generazione, sospesa tra un presente problematico e un futuro sempre più incerto. L’idea, tra l’altro già vista anche se con altri sviluppi in L’appartamento spagnolo, è buona anche se talvolta il racconto pare arruffato e ingarbugliato, ma è proprio questo il bello del film, fresco e con un cast davvero ben assortito, perché si ride, grazie anche alle battute di Paolo Cioni, ma si rimane sempre in quell’amaro tipico di un certo umorismo toscano, cui sicuramente il regista fa riferimento.

Buona la colonna sonora, firmata dai Gatti Mezzi e Zen Circus, proprio quello che ci vuole per accompagnare una commedia dolceamara, indipendente, non trasandata, sicuramente piena di brio e scorrevole.