fai bei sogni

Fai bei sogni – Marco Bellocchio

I fantasmi del passato possono essere fantasmi del presente, e forse restarlo anche nel futuro. Questa è la sintesi, se è possibile davvero farla, di Fai bei sogni di Marco Bellocchio, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Massimo Gramellini.

Massimo è un bambino felice, che in una notte come tante altre viene privato dell’affetto più caro: sua madre. L’assenza di questa figura si rivelerà per lui un ostacolo insormontabile, un trauma e un vuoto, che pur cercando di nascondere si porterà dentro fino all’età adulta.

Dove finisce l’autobiografia e dove comincia la creazione artistica? È questa la domanda da cui partire: se Bellocchio si fosse fermato alla pura e fedele rappresentazione del libro di Gramellini, l’esito conclusivo sarebbe stato quello di un film mediocre, poco curato e a tratti banale. Al regista poco importa dell’individuo Gramellini, della sua storia personale e della sua carriera, il suo Massimo rappresenta l’uomo, un generico e ipotetico uomo che si deve confrontare con le conseguenze causate da un trauma infantile.

Massimo – interpretato da Valerio Mastandrea – è figlio di due assenze: quella causata da una madre morta suicida, e quella di un padre disinteressato, incapace di essere genitore.  Per non soccombere a questo drammatico vuoto, il bambino si crea un angelo custode, un punto di riferimento – Belfagor –, l’equivalente di un genitore a cui obbedire, più come servo che come figlio.

Ed è proprio grazie a Belfagor che Bellocchio introduce in un’opera bidimensionale la tridimensionalità del surrealismo, del sogno che si confonde con la realtà, della verità che si alterna alla menzogna in un labirintico sistema conflittualmente governato da razionalità ed irrazionalità, da filosofia e teologia. Massimo di avvicina a Dio per riabbracciare sua madre, senza aver idea di come relazionarsi con una realtà ed un mondo più grandi di lui, si affida alla bella favola che gli uomini da secoli si raccontano per alleviare le proprie sofferenze e ne rimane brutalmente deluso.

Diventare adulti porta esperienza, saggezza, buon senso, tutte doti che Massimo quarantatreenne crede di aver acquisito insieme all’incapacità di amare, all’apatia e all’insana indifferenza che gli permettono di vivere una vita ordinariamente piacevole, finché inevitabilmente il passato torna prepotentemente ad impossessarsi di lui: attacchi di panico, verità nascoste che vengono a galla e l’incontro con la sola donna capace di tenergli testa – interpretata da Bérenice Bejo – frantumano e allo stesso tempo ricompongono la sua vita.

L’operazione di taglia e cuci messa in scena da Bellocchio si dimostra essenziale ed impeccabile, senza sbavature, tutto torna, nulla è superfluo: il più impercettibile gesto e la più trascurabile delle battute tornano a chiudere il cerchio, a rattoppare un vuoto, o a colmare una lacuna. Ciò che ci si chiede è quale sia la prospettiva: quella di Massimo, quella del regista o quella di uno spirito invisibile e onnipresente? Indubbiamente tutte e tre sono presenti, alternate e celate in un enigma irrisolvibile, che con il finale spiazza e confonde ulteriormente. Ma non è forse questa la bellezza dei sogni? La loro complessità, il loro fascino irresistibile, e la loro interpretazione mai del tutto certa.