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Educação Sentimental – Júlio Bressane

Júlio Bressane, brasiliano classe 1946, è autore di bordi e di frontiera, un autore che ha sempre inseguito la sua idea di cinema libero, anarchico (e autarchico) stando volutamente fuori dalle grandi macchine produttive. Uno di quei talenti che neanche tutti i Festival vogliono in programma e amati dai cinéphile radicali, un genio spesso dimenticato i cui film a volte possono passare nella notte profonda in Fuori Orario (capolavori come Barão Olavo, o Horrível, Matou a família e foi ao cinema, A Família do Barulho, L’agonia, L’angelo è nato). Un cineasta che si è formato negli anni Sessanta, ai tempi di ogni sperimentazione e ogni avanguardia, e pure di ogni illusione. Cinema povero e sontuoso, il suo, che non rinuncia alla magnificenza visiva pur nell’evidente negazione di mezzi e, soprattutto, cinema che non rinuncia al potere estetico/estatico e incantatorio della parola. Cinema che oggi sembra alieno, che pare venire da un mondo assai lontano e imperscrutabile. Un cinema qui a Locarno male accolto da molti venti-trentenni, incapaci di decodificare un simile oggetto misterioso, e invece adorato da chi la passione del cinema la coltiva da molto tempo.

In Educação Sentimental il cineasta brasiliano, da sempre impegnato in una rilettura personale delle arti, della storia, della letteratura (A Erva do Rato, Cleópatra) invoca il Mito, con un film che, raccontava al montaggio, si presta particolarmente alla sperimentazione, frutto di quattro anni di preparazione e riflessione. Endimione si è innamorato della Luna e per questo viene punito. Ma che cosa ha visto Endimione? Quale micro-frattura nel corpo astrale, quale luce imprevista, che nessuno deve vedere, negli occhi della dea? Dorme ora, Endimione. Dorme e si arrotola in una danza infinita, la danza del fotogramma perduto, la danza-tabù del romanzo segreto scritto dalla educatrice-sacerdotessa.

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Dorme ora, Endimione. E cosa vede? Vede il mondo richiamarsi da sponde opposte, lo vede inventare una melodia di rifrazioni, una geometria cosmica di riflessi. Maya Deren. Friedrich W. Murnau. L'Europa dada. Il Brasile tribale e surrealista. Endimione ascolta la dea scrittrice e poetessa parlare con le migliaia di voci che la attraversano. La casa diventa un teatro erotico, una pittura nuda, la letteratura una storia dell'occhio (Bataille). Qualcosa che riassume e racconta il cinema di Bressane, la sua idea di cinema. Cinema dell'artificio, antinaturalistico, che non pretende di mimare la realtà, anzi ambisce a costruirne una parallela. Movimenti di macchina sapienti, brechtismi espliciti nella recitazione assolutamente straniata e straniante, nella protagonista che guarda e parla talvolta in macchina, nell'uso di tende-sipario a sottolineare la messa in scena.

Non è la prima volta che Júlio Bressane eccelle in quest'arte dell'agonia, dove il cinema è la scintilla da cui si genera una lingua incognita e sconosciuta, ancora tutta da scoprire. Dove confluiscono le avanguardie storiche, il surrealismo iberico di Buñuel e quello latino-americano di Ruiz e Jodorowsky, la cinefilia assoluta di Godard e Rohmer e il Mito greco della bellezza (in)umana, la pittura neoclassica ma chiaroscurale di Anne-Louis Girodet-Trioson e i testi libertini settecenteschi. In Educação Sentimental ogni singolo gesto racchiude il mistero universale del narrare, e ogni cosa, a ogni nuovo passo, si volta verso il principio (Benjamin, Moebius, Nietzsche). Un’esperienza meravigliosa e vorticosa di visione, come è raro provare ormai, che solo autori come Bressane (che molto sanno, e molto hanno fatto e visto) possono rendere ancora possibili.

Ho voluto scegliere nei paragrafi precedenti alcune splendide parole di Lorenzo Esposito perché non avrei potuto descrivere meglio momenti così unici. Ma attenzione al finale: niente è vero, tutto è possibile. E così tutto si svela, a partire dal cinema e dal suo (dis)farsi e da quella pellicola che dolcemente sfiora l’obiettivo della macchina da presa mentre inizia a scorrere. Sublimazione, quasi commozione. Il microfono e il ciak, i sorrisi e gli sbuffi, le pause e i silenzi. Qual è il film e qual è la vita? Ma soprattutto, c’è così tanta differenza? Lezione indimenticabile sul fare film e sul come vivere, opera di una poesia e profondità immensa. Di una modernità folgorante e di una soave dolcezza, semplicemente assoluto.

Grazie


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