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L’oscuro gioco della memoria

Pippo Di Marca mette in scena Vecchi Tempi di Pinter

La nostra memoria è molto più influenzabile di quanto siamo disposti a credere. Le fondamenta di tale funzione psichica, infatti, sono quei ricordi a volte talmente variegati e mutati dal tempo da non consentire – molto frequentemente – la ricostruzione di una fotografia oggettiva di eventi reali. A rendere più sbiadite queste immagini, ci sono quelli che gli americani chiamano confabulations, ossia i falsi ricordi, non autentici poiché totalmente inventati o derivati da altri parzialmente alterati. D’altronde, questo era noto anche a Marcel Proust che affermava: «Il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente».

La citazione non è casuale perché lo scrittore francese ha un certo peso specifico quando si parla di Vecchi Tempi di Harold Pinter. Il drammaturgo britannico, infatti, scrisse il dramma in questione poco prima di cominciare a lavorare alla riduzione cinematografica della Recherche, un progetto che avrebbe dovuto essere diretto da Joseph Losey ma che non andò mai in porto. Ma l’influenza che ebbe questo testo, anche se all’epoca letto solo parzialmente da Pinter, non poté non riflettersi nella stesura di una pièce che va a indagare, appunto, su un passato contradditorio, ambiguo, spesso impalpabile ma, nonostante ciò, proiettato in un presente dalle forme poco definite.

Un divano e una poltrona bianca, una finestra e un carrello delle bevande compongono la scenografia della messinscena diretta da Pippo Di Marca (produzione Florian Metateatro). Come spesso avviene nelle drammaturgie di Pinter, dunque, si parte dall’ordine e dalla familiarità di una stanza per scardinare tutte le certezze dei propri inquilini. In questo tipico salotto da Upper Class inglese troviamo la coppia composta da Deelay (Fabrizio Croci) e Kate (Francesca Fava) intenta ad attendere l’arrivo di Anna (Anna Paola Vellaccio), un’amica d’infanzia della donna. Proprio tramite quest’ultima, l’uomo cerca di conoscere e comprendere meglio il misterioso passato e l’inafferrabile indole di sua moglie; ma ben presto si ritrova ad amplificare i propri dubbi.

Tra bui, pause e silenzi, il racconto procede attraverso flash back tipici di una sceneggiatura cinematografica. In questo continua spazializzazione del tempo i protagonisti rimangono intrappolati in una memoria traslucida, né chiara né scura, né trasparente né opaca; rendendo la realtà piena di ombre e i suoi personaggi costantemente dominati dal proprio oblio. Ne nascono figure indefinite, con corpi in carne e ossa pronti a trasformarsi in ingannevoli apparizioni, perché, come ha modo di dire Anna in una sua battuta: «A volte ci si ricorda di cose anche se non sono mai avvenute. Io ricordo cose che magari non sono mai avvenute, ma proprio perché le ricordo diventano reali».

Lo spettacolo si conclude con il buio, mentre Di Marca legge – così come aveva già fatto all’inizio – le didascalie di Pinter. Una vera e propria cornice drammaturgica al cui interno gli attori, tra i continui giochi di luci, si ritrovano più volte a sfondare la quarta parete e a condurre, dunque, lo spettatore in una messinscena che, se da un lato non ha la pretesa di rendere più accessibile un testo complesso come quello dello scrittore inglese, dall’altro ha il grande merito di renderlo più fruibile.

Ascolto consigliato

Teatro Kismet, Bari – 12 novembre 2016