El abrazo de la serpiente ciro guerra

El Abrazo de la Serpiente – Ciro Guerra

El Abrazo de la Serpiente, film del giovane regista colombiano Ciro Guerra, candidato all’’Oscar come Miglior film straniero nel 2016 e già segnalatosi a livello internazionale durante la Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2015, racconta, in uno stile solo apparentemente documentaristico, la conturbante storia di due diverse spedizioni in Amazzonia, intraprese da due studiosi occidentali in tempi differenti. Pur separate temporalmente, queste due spedizioni si fondono in un’unica e simbolica storia, che vede come loro trait d’’union la magnetica presenza della guida Karakamate, solitario sciamano indigeno.

El abrazo de la serpiente Ciro Guerra

Nella prima spedizione, agli inizi del Novecento, l’’emaciato e inquietante profilo dello studioso Theodor Von Martius (figura che trae ispirazione dai diari dell’’etnologo esploratore tedesco Theodor Koch-Grunberg) appare al giovane Karakamate. Accompagnato dal fedele indigeno Manduca, Von Martius è alla ricerca della yakruna, sacra e potentissima pianta curativa. Per trovarla ha bisogno dell’’aiuto di Karakamate, il quale, dopo una diffidenza iniziale, accetta l’’incarico, a patto però che, durante il viaggio di ricerca, lo studioso europeo si attenga al massimo rispetto nei confronti della natura della foresta, accettando, su tutto, di non pescare e quindi di digiunare, nonostante la sua debole condizione fisica. Nella seconda spedizione, circa quarant’’anni dopo rispetto alla precedente, ad avvicinarsi all’’isolamento in cui vive Karakamate, è l’’americano Evans (anche qui il riferimento è a una figura realmente esistita, il botanico Richard Evans Schultes). Anch’’egli è alla ricerca della yakruna, dopo averne saputo dell’’esistenza leggendo i diari del suo predecessore. Karamakate, ormai anziano accetta nuovamente.

La sua accettazione, questa volta, non passa tuttavia per una iniziale diffidenza, quanto invece per la dolorosa consapevolezza di essere cambiato, in particolare di aver dimenticato il passato e di non riconoscere più i doni che, tramite la natura, gli dei possono offrire. Egli afferma di essere diventato un chullachaqui, ovvero, nella sua tradizione, il fantasma vuoto della propria persona, che vaga sperduto nel tempo e nello spazio. A fianco di Evans, può ripercorrere lo stesso viaggio fatto molti anni prima con Von Martius: fermandosi negli stessi luoghi e incontrando le stesse resistenze e inaffidabilità della cultura occidentale, ora impersonificate dall’’americano, egli riuscirà a riannodare i ricordi e a ricomporre la linea spezzata della sua vita.

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Lungo lo stesso fiume, in un’’affascinante alternanza di flash-back, le due spedizioni vengono così raccontate in una congiuntura, quasi mistica, dove stessi luoghi e stessi eventi del passato si ricongiungono e si toccano nuovamente, mostrando ora esiti traumatici ora momenti di delicatezza dall’’incontro tra due culture profondamente diverse.

Alla fine della seconda spedizione, Karakamate riuscirà a comprendere nuovamente il senso della sua vita, in rapporto alla sua conoscenza di quella natura piena di saggezza di cui egli non vuole dimenticare il canto e che ora è disposto a condividere con Evans. La chiusura psichedelica del film, con un viaggio ancestrale verso l’’origine del mondo, si accorda perfettamente con la volontà del regista di dedicare questo film a tutti quei popoli dell’’Amazzonia scomparsi e caduti nell’’oblio e che, nonostante questo, continuano a respirare, ostinatamente, nei movimenti della natura lì presente.

El abrazo de la serpiente scena

Rispetto ad altri film che hanno raccontato l’’Amazzonia nel suo incontro con l’’uomo occidentale, –su tutti i celebri Fitzcarraldo di Herzog e The Mission di Joffé,– Guerra, in questa pellicola dalla sontuosa fotografia in bianco e nero, parte dalla volontà di omaggiare gli abitanti dell’’Amazzonia, non tanto nella loro sfida subita dalle volontà imperialistiche, quanto invece nella loro capacità di affrontare l’’irrefrenabile corso della storia e della vita rimanendo fermi nell’’ascolto prezioso della natura incontaminata.