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Il figlio di Saul – László Nemes

Non capita spesso di essere nella competizione di Cannes con un’opera prima, soprattutto se presenti un film così ostico e complesso come Le Fils de Saul. Lo spunto di partenza per László Nemes è la storia di Saul Auslander, un ebreo ungherese che lavora in un campo di concentramento nel Sonderkommando, ovvero nel favoreggiamento di uno sterminio. Un lavoro di una freddezza paralizzante. Egli conduce metodicamente nuovi prigionieri alle “docce”, e poi sistematicamente raccoglie i loro vestiti e oggetti di valore con continue urla e grida che riempiono l’aria dalle camere a gas adiacenti. La follia è tentare la fuga o riuscire a rimanere li?

La macchina da presa rispecchia la capacità di Saul di interiorizzare continuamente questo dramma, perché quasi non lascia mai il suo volto, si ferma sui suoi incontri, si perde tra le sue parole, perché tutto ciò è uno spaccato svuotato di umanità, perché tutto lì dentro è troppo insopportabile, perché nulla li dentro ha minimamente a che fare con la vita. funzionale è così la splendida fotografia glaciale in 35mm e il formato 4:3 per chiudere al fotogramma qualsiasi via d’uscita, proprio come per Saul.

La sceneggiatura spesso si perde e non supporta un impianto lirico e teorico così potente, quando iI tempi si dilatano oltremodo tutta l’energia e la tensione narrativa sfuma. Ma la mezzora finale con l’estremo tentativo di fuga in un’agghiacciante soggettiva, tolgono il fiato. Un’opera prima molto ambiziosa e coraggiosa che forse non riesce a restituire quella libertà che Saul vorrebbe anche per troppi eccessi formali, ma che al contempo va vista per descrivere ancora una volta ciò di cui l’uomo è capace. Un film a tratti durissimo, ma forse necessario.