mario brega

#2: Mezza birra con Clark Kent

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Sono a Roma sì e no da un paio di giorni. Mi verrebbe da dire che tutta l’importanza che assume la diplomazia nei Palazzi del Potere dei piani Alti evapori fino al cielo dove Dio la prende e la distribuisce tra i preti del Vaticano, per farla arrivare – al massimo – a qualche assiduo fedele, che non va più in là di un paio di isolati da qualche parrocchia di borgata e che non riesca ad arrivare per strada, in mezzo alla vita vera. Qua nessuno è diplomatico. Chi vive qui non se le manda a dire, ha un filtro di inibizione molto sottile. A prescindere dalle origini, chiunque preferirebbe una birretta fresca gratis al dono della dolce argomentazione.

Il linguaggio in generale non è molto ampio, ma piuttosto colorito: un semiologo ci passerebbe volentieri una mezza giornata in qualche mercatino di borgata a sentire gente affaticata dal lavoro che passa da un “quanto te vojo bene” a un “chittesencula!” in meno di 10 secondi. Le discussioni, sembrano colluttazioni: tutti che si toccano i gomiti a vicenda, grandi pacche sulle spalle, buffetti, abbracci. In qualche libro sul linguaggio del corpo ho letto che gli italiani sono il popolo che cerca più contatto fisico quando discute, non mi sorprende.

Veniamo dunque al mio primo contatto con l’imprenditoria locale.

Non avendo ancora internet nella nuova casa, mi trovo costretto a bazzicare i social network, la mail, gli streaming porno e i siti di annunci da un luogo pubblico. Come prima volta opto per un “Caffè Letterario”, gestito presumibilmente da uno di quei geni che ha assemblato alcool e lettura, coniugando due grandi passioni degli studenti di tutto il mondo. Sono circa le tre del pomeriggio e il locale è ancora vuoto. Domando al barista col grembiulino rosso della CAMPARI, che sta sistemando i libri su uno scaffale, se posso usare la connessione internet. Mi guarda da dietro gli occhialini tondi, dal suo fisico ossuto che lo fa sembrare la versione mingherlina di Superman in borghese, dalla sua dignità imperturbabile e un sorriso di scherno appena accennato, e mi fa:

“Ci stanno le biblioteche.”
(Cioè!!!)
“Guardi abito proprio qua sopra, il tecnico dovrebbe passare entro un paio di giorni, ovviamente consumo mentre sto qua.”
“Capirai!”. Poi indicandomi i tavoli con un gesto del braccio…“che vuoi, un caffè?”
“Sì.”
“E che, non lo sapevo io… ma beato a te!”

Finalmente riesco a sedermi a un tavolo vicino al muro e ad accendere il PC. Entra un pakistano col fascio di rose. Un giorno si parlerà anche di loro, quando si descriveranno le realtà urbane dei giorni nostri. Mi aspetto già di intraprendere una piccola trattativa con lui ma neanche mi calcola e va diretto dal barista che per comodità chiameremo Clark Kent.

“Capo, mi dai una birra artigianale, ti do 2 euro, eccoli!”
“Costa 3 e cinquanta…”

PAUSA.

“…Va be’ dai, facciamo mezza per uno!”

E così gustando il mio espresso guardavo Clark Kent e il pakistano che si steccavano questa birra artigianale quando irrompe nel locale una ragazza sulla trentina, bruttarella ad essere onesto, che marcia fino al bancone e punta un dito contro il barista:

“TU SEI UNA MERDA!” gli fa catapultandosi dentro una porta riservata al personale e uscendone pochi secondi dopo col grembiulino rosso della Campari, nel più totale e attonito silenzio.