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Contro il tiqui taca – Michele Dalai

E se il gioco del Barcellona fosse, alla fine, estremamente noioso?
E se a Glasgow la squadra che è “més que un club” riesce a confezionare una sconfitta tirando per 25 volte in porta e con un possesso palla del 66%; al di la delle lacrime di Rod Stewart, qual è l’inesprimibile commento che le nostre labbra subito si procurano di cucire nelle nostre bocche?

Parlare di calcio e come parlare di politica, anzi forse più difficile, perché se da una parte il muoversi sul labile confine tra verità e ideologia si dovrebbe consumare in una risoluzione degli inasprimenti della vita sociale, dall’altra, nel calcio, ogni teoria e ogni “straordinaria” idea viene espressa proprio nel rafforzare quel clima di conflitto.
Vince chi vince, l’importante non è partecipare. Mourinho insegna. E Moratti annuisce.

E quindi se gli instant poll ingannano, così le statistiche alla fine mettono in ginocchio quell’industria di successo che è la squadra catalana.
In un pamphlet che nonostante le dichiarate intenzioni dell’autore guarda molto all’istrioneria di David Foster Wallace, Michele Dalai, dal fondo del bancone del pub ha il coraggio di contrastare il volere delle sue labbra liberando quell’idea, che sotto sotto, si sta facendo spazio in tutte le nostre menti.
Così malsana, così controversa, così invidiosa, da risultare alla fine quasi esatta.

Criticare il Barça è giusto, giusto nella misura in cui si sviluppa un’ipotesi possibile che guardi al futuro e che non si fermi al confronto Maradona – Messi, che è più sterile di un compagno di classe che dichiari una misura superiore ai fatidici 18 cm, e che non si arrenda al fascino malizioso e conturbante del catenaccio o del contropiede, dannosi quanto chi confonde un calciatore con una rockstar.
Lo sport in comune con la musica, o meglio con una certa idea di musica, ha che è un gioco di squadra.

Il pamphlet di Dalai è decisivo. Non è chiacchiera da Bar Sport, ma giro di boa essenziale, perché il gioco del Barça è un appunto innovativo ai margini di un gioco che dura da più di un secolo, fondamentale per aprire ogni nuova riflessione capace di perpetrare con sempre più fantasia e innovazione quello che rimane un calciare un pallone; così umano e così istintivo, spettacolo della vista, ma anche, nel caso del Barça spettacolo della noia, e allora suprema volontà di abbattere con la classe e la superbia di un C. Ronaldo qualunque quell’osannato quanto fastidioso possesso palla.

E se allora nel calcio ogni diagnosi è seria, ma non grave, alla fine della lettura di questo utile pamphlet, l’idea che viene fuori è: la Juventus di Conte, così tattica, ma così umana, così spregiudicata, ma anche così terribilmente romantica in quell’attacco che ricorda le pagine del più sofferto Goethe, può essere l’evoluzione di quella ragnatela ipnotica?
Insomma, alla fine, il Barça, amichevolmente parlando, può già essere passato?

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