Denys Arcand

Denys Arcand

100 registi (e tantissimi film) che migliorano una vita

C’è un regista canadese che si chiama Denys Arcand. È noto al grande pubblico per il suo film Le invasioni barbariche con cui ha vinto prestigiosi premi: solo per citare i più importanti: in Francia, in Italia e negli Stati Uniti la tripletta è composta rispettivamente da David, César e Oscar. Siccome si è già scritto a fiumi di questo commovente e splendido film sul suicidio assistito passo e vado oltre.

La filmografia del nostro (composta da pochi titoli, solo sei a dire il vero) è infatti da consumare rapidamente: a partire da Il declino dell’impero americano, uscito al cinema nel 1986. La pellicola è la prima parte de Le invasioni barbariche: la compagnia di professori universitari è però ancora lontana dall’affrontare il tema della morte e – divisa tra maschi e femmine – affronta vivacemente temi intellettuali miscelati a confessioni sulla sessualità: orge, scambi di coppia, omosessualità, infedeltà. Al momento dell’incontro (o scontro?) tra uomini e donne esplode prima un caos silenzioso quindi emergono numerose ferite. Sicuramente questo primo capitolo è più acerbo e limitante del suo celebre seguito ma vale la pena scoprirlo.

Un altro tassello della carriera di Arcand è La natura ambigua dell’amore: in una Montreal grigia e uggiosa un serial killer miete le sue vittime con macabri rituali. I protagonisti della storia sono un attore bisessuale in declino e una giovane donna alla ricerca della sua identità sessuale. I personaggi del film sono disegnati in maniera impeccabile, mai banale. I dialoghi sono arguti, cinici. Un thriller atipico, sensuale, da non perdere.

Stardom (del 1999) è una satira sul mondo televisivo; a parere di chi scrive un film non troppo riuscito. Incompleto. Segue quindi il capolavoro sopracitato, Le invasioni barbariche: siamo nel 2003, quasi vent’anni dopo Remy e i suoi amici si ritrovano invecchiati, uno di loro sta per morire. 
Nel 2007 esce nelle sale l’ultimo capitolo, per ora, del cineasta canadese: si intitola L’età barbarica e ancora una volta si rivela una sopraffina analisi della società occidentale odierna capace di affrontare temi complessi con un apparente semplicità che, agli occhi dello spettatore, è quasi disarmante.

Arcand non è un regista per tutti: i suoi personaggi potrebbero apparirvi terribilmente indigesti. La sua messa in scena (maniacalmente simmetrica) potrebbe annoiare. Tutti gli altri, invece, si innamoreranno degli sguardi tormentati, assetati di vita, che popolano il suo cinema.