Luigi-Tenco-03

Ciao Luigi, ciao

«Io sono uno che sorride di rado, questo è vero ah, ah, ah, ah, ma in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre, però poi non ti dicono mai cosa pensano dentro»
(Luigi Tenco, Io sono uno, 1966)

Animi come quello di Luigi Tenco (Cassine, 21 marzo 1938 – Sanremo, 27 gennaio 1967) spesso non vengono capiti, spesso mal accettati e compresi solo per quel che si vede magari ascoltando in maniera superficiale parole e pensieri di un artista troppo sensibile.

Errore fatto spesso quello di confondere il suo animo malinconico e introverso con un animo depresso. Un’’anima troppo sensibile non adatta di certo al mondo che viveva e ancor meno a quello di oggi, del quale direbbe le stesse cose che già diceva quasi cinquant’’anni fa, risultando molto scomodo.

Sono passati 44 anni dalla notte del 27 gennaio del 1967, da quando, nella stanza 219 dell’’Hotel Savoy di Sanremo, viene ritrovato il corpo di Luigi, con un biglietto d’’addio.

«Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.»

Già all’’epoca, accadde a Sanremo uno dei primi “The Show Must Go On”, prima ancora che ce lo cantasse F. Mercury anni dopo.

Tanti e troppi i motivi sui molti dubbi sul presunto suicidio; un caso chiuso troppo in fretta all’’epoca per molti interessi; riaperto e richiuso pochi anni fa, forse con altrettanta superficialità, tanta quanto quella della gente che lo ricorda solo come un cantante depresso. Superficialità che non troverete nelle sue parole e nei suoi modi di comportarsi.

Nelle sue parole ci ritroverete amore, gioia ma anche sconforto e tristezza e forse più di tutti gli altri, coscienza; pura coscienza.

Innumerevoli le canzoni composte e dedicate a Luigi: da “Preghiera in gennaio” di Fabrizio De André, fino a Donatella Rettore passando per Francesco De Gregori e molti altri. Ultima cronologicamente ma non per importanza, la cover nell’’album del 2010 (Mondo Cane) di Mike Patton (nato esattamente un anno dopo la morte di L.T.) con il brano “Quello che Conta”.

F. De Andrè cantò:
«Signori benpensanti, spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia,
soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte,
che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte»

Adesso mi piace pensarlo coi sui amici: lo stesso De André appena citato e poi Piero Ciampi, Sergio Endrigo, Bruno Lauzi …a bere e a dire le stesse parole delle canzoni che cantava, senza clichè, senza falsi buonismi e ruffianeria. Anche lì sorriderà di rado, ma quelle poche volte che lo farà, sarà un sorriso vero, il più vero che possiate immaginare e che forse non avete mai visto.