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Claudio Caligari, il cinema (che è stato)

Un regista in viaggio nel vuoto

L’origine dell’espressione artistica e narrativa di un autore così particolare e unico come Claudio Caligari, va ricercata all’epilogo di un periodo storico molto importante per il cinema italiano indipendente e sperimentale. Il primo fu probabilmente Alberto Grifi che con il suo monumentale Anna portò a conoscenza europea e mondiale, non solo una sconsolata realtà di margini italiana, ma anche la straordinaria vena creativa e linguistica di un cinema assolutamente diretto, senza nessuna possibile mediazione con la produzione e tanto meno con il pubblico. L’esigenza era quella dell’urgenza, non solo dell’inchiesta, la stessa che portò Caligari a girare La parte bassa, Droga che fare, Lotte nel Belice e La follia della Rivoluzione; quattro piccoli documentari (in parte realizzati con Daniele Segre) a fine anni Settanta, in cui emerge oramai una totale disillusione per la lotta politica e di costume e un’attenzione particolare a una nascente diffusione di sostanze “anestetiche” per la massa e la coscienza critica. Uno stare dietro la macchina da presa che trovava fondamento anche in una ricerca di linguaggi e di rappresentazioni sempre più inusuali, ma consoni alle esperienze che venivano narrate.

La strada accidentatissima che aveva scelto di percorrere era quella della droga, in special modo l’eroina; non tanto con un occhio attento alla diffusione e alle problematiche interne a essa, ma soprattutto legato alle conseguenze prima psicofisiche e poi sociali che quella sostanza contribuiva a generare. Un viaggio nel vuoto, con un atteggiamento sempre più interno ed estremo di mimesi con un underground romano oramai privo di poesia alcuna ma solamente votato all'(auto)distruzione. Questo è Amore Tossico, film generazionale quanto seminale nel definire un’epopea tragica in cui la società pare complice, da una parte, e vittima, dall’altra di un momento in cui i protagonisti stessi paiono solamente marionette in preda alle sostanze. Tutto è in presa diretta, la realtà è colta nel suo disfarsi in una Centocelle desertica, in cui questi soggetti (nessuno era attore, molti erano o sono tossicodipendenti) vagano con un solo obiettivo.

Proprio per la difficoltà e la durezza di quest’opera, bisogna aspettare quindici anni per il film successivo di Caligari. L’odore della Notte è un film meno estremo ma da un più continuo fascino narrativo, sempre ai bordi tra realtà e finzione. Un viaggio all’interno di un clan di rapinatori dall’estrema periferia di Roma fino ai quartieri alti. Film complesso e stratificato, di gioco tra i generi in un sottofondo continuo di humour e uso astratto del romanesco, fluidissimo nei continui colpi di scena. Il cast comprendeva attori come Valerio Mastrandrea e Giorgio Tirabassi, ragazzi scoperti dallo stesso Caligari e dal futuro molto più roseo del maestro. Sarà lo stesso Mastrandrea l’anno scorso a scrivere a Martin Scorsese, per avere un aiuto nel produrre il ritorno alla regia di Caligari. Nonostante mille difficoltà il film si è fatto, Non essere cattivo è stato finito di girare pochi mesi fa, nell’anonimato, ed era in fase finale di montaggio, quando Caligari ieri se n’è andato.

L'odore della notte, Claudio Caligari, 1998

L’odore della notte, Claudio Caligari, 1998

Così come lo stesso Grifi e Annabella Miscuglio ma anche Nico D’Alessandria, Alberto Signetto e Pietro Bargellini in un ambito più puramente sperimentale, questi autori se ne son andati troppo presto. Molti protagonisti di quella stagione così particolare oramai ci hanno lasciato, probabilmente anche estenuati da un sistema che sempre meno dava a loro spazio. Negli anni Ottanta riuscivano addirittura ad affacciarsi in spazi internazionali come la Biennale di Venezia e il Forum della Berlinale e proprio da lì furono, ahimè comprensibilmente, abbandonati. Il loro era un cinema costruito in maniera politica, girato e montato per far nascere una dialettica che andasse parecchio oltre le immagini che stavano (rap)presentando. Ora tutto questo non c’è più, resta la speranza di riscoprire questo cinema che pare oramai arcaico, ma sempre più vivido nei suoi scarti, nelle sue continue derive e accezioni di vita. Resta l’auspicio di vedere questo incompiuto di Claudio Caligari e magari di emozionarci ancora un po’.

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