non essere cattivo marinelli

Non essere cattivo – Claudio Caligari

Stavano sul lungomare di Ostia a perdere tempo, a mangiare il gelato tra una dose e l’’altra, erano gli attori tossicodipendenti di Amore tossico, film del 1983 diventato un manifesto degli anni Ottanta. Ȓ il 1995, sempre ad Ostia, e la svolta non è arrivata, Cesare e Vittorio sono ancora lì, mangiano il cornetto Algida prima di una serata, prima della botta che solo le pasticche riescono a dargli. Non essere cattivo, ultimo film di Claudio Caligari, scomparso lo scorso maggio, ce l’’ha fatta, è arrivato in sala grazie all’’aiuto di una squadra guidata dal produttore e amico del regista Valerio Mastandrea.

non essere cattivo locandina

Le giornate e le notti vuote di due amici inseparabili che condividono tutto; le piccole, quasi comiche rapine, le Peroni da 66, la cocaina, le scopate. Sono inquieti e disperati, ma in modo diverso. Cesare (Luca Marinelli) ha la rabbia dentro pronta ad esplodere, è disastroso e incontenibile. Vittorio (Alessandro Borghi) ha gli occhi più spenti, cova un’’energia che riesce quasi a controllare, che lo porta a tentare uno scatto di reni e ad allontanarsi dallo schifo. I due interpreti riescono a creare un’’empatia rara, sono bravissimi nel costruire i loro personaggi, a inserirsi in un contesto difficile come quello della borgata anni Novanta.

Sono perdenti, inaffidabili, sono due tossici anche se non si fanno di eroina, ma riescono a far sorridere grazie all’’umorismo romano sfacciato e scanzonato, grazie a una sceneggiatura (Claudio Caligari, Francesca Serafini e Giordano Meacci) che non molla mai. Attorno a loro la periferia, il grigio illuminato dai neon, una nonna che accudisce la nipotina malata di AIDS e due donne (Silvia D’’Amico e Roberta Mattei) a cui Cesare e Vittorio si aggrappano. Il lavoro e i soldi sono la loro speranza, le uniche vie attraverso cui si potrebbe arrivare a quella svolta, a quella felicità che però non ha forma né prospettive.

Non essere cattivo è un film dolente e prezioso, che racconta la tossicodipendenza e il disagio senza caricare la storia di facili drammi o di ipocrite denunce, che racconta di un’amicizia indistruttibile e di amori che non si voltano le spalle. Un Trainspotting pasoliniano, ma probabilmente molto di più, il ritratto di un sottomondo difficile ed umano che il regista conosceva attentamente. Due vite che lottano fino alla fine.