taj mahal

Taj Mahal – Nicolas Saada

Basato su una storia vera (l’’attentato terroristico del 2008 all’’omonimo hotel di Mumbai in India) Taj Mahal del regista francese Nicolas Saada è balzato agli onori della cronaca per una sceneggiatura molto toccante ma che non sfocia mai nel più trito patetismo (lo sfiora, lo, diciamo, accarezza ma non ci finisce mai dentro), per una continua ricerca dei primi piani dei grandi occhi “color di foglia” della protagonista Louise (interpretata dalla bellissima Stacy Martin) e di una cura certosina per gli effetti sonori.

Ne viene fuori un racconto claustrofobico in cui vediamo la giovane Louise partire assieme ai genitori per l’’India. Il padre è un ingegnere che dovrà lavorare a Mumbai per i successivi due anni. La famiglia, almeno inizialmente, pernotterà al prestigioso Taj Mahal, uno degli alberghi più rinomati ed esclusivi della città. Qui Louise piano piano si annoia sempre più: è giovane, ma non sa ancora cosa vuole fare della vita e quindi, sulla scia della Charlotte/Scarlett Johansson di Lost in Translation di Sofia Coppola, per il momento si annoia tremendamente.

Stacy Martin è la tipica bellezza francese, molto sofisticata ed intellettuale: a titolo di esempio, la sera stessa dell’’attacco terroristico, viene colta intenta a leggere un Penguin Books sul letto, in skinny jeans neri, camicia azzurra e senza scarpe (più di una volta Nicolas Saada insisterà sui piedi della Martin), con l’’idea di guardare più tardi Hiroshima Mon Amour. Una citazione da scuola francese: così come nel film di Resnais il fuoco della guerra e del bombardamento atomico disfa i corpi, così la “guerra dell’’Orrore” di oggi, in Taj Mahal sfibra le menti. Infatti durante quella stessa sera, mentre i genitori sono fuori per una cena, l0’hotel viene attaccato da un gruppo di terroristi. Si sentono urla, spari e continue esplosioni. Louise è sola e può comunicare col mondo, con suo padre e sua madre, solo con un cellulare.

Ne viene fuori, l’’avevamo detto, una storia tutta claustrofobica, letteralmente conchiusa nella stanza d’’albergo e nella mente, messa a dura prova, di Louise. Una giovane ragazza fragile colta in un momento di terribile paura. Sarà una lunga notte per lei, i suoi genitori e la città di Mumbai che il regista Saada è abile a descrivere, con un uso molto attento del sonoro e con brevi quanto fulminanti scene che danno bene l’’idea di questo “terrore che monta”. La storia è vera, ce lo dicono anche i titoli di testa del film.

Forse proprio la cronaca, la nuda e terribile cronaca può sfatare il luogo comune esemplificato in una famosa frase di Gene Hackman (ricordata pochi giorni fa proprio al Festival di Venezia da Bertrand Tavernier) a proposito del cinema di Rohmer (ma estendibile a tutto il cinema francese): “Nei film di Rohmer si parla molto e non succede mai niente”. In Taj Mahal succede anche troppo, forse perché è quasi tutto vero.