Abluka

Abluka – Emin Alper

Una storia di ingenuità mischiata alla paura che genera la follia. Qui non si devono scomodare gli studiosi della classicità con termini quali manìa, follia divina. Abluka, tradotto per il pubblico internazionale giustappunto con Frenzy, racconta molto più semplicemente, quasi spietatamente verrebbe da dire, come la paura, la paura dei sommovimenti, la paura dell'instabilità sociale, la paura di ineffabili quanto presenti terroristi che tutti i giorni la televisione e i media turchi non cessano mai di trasmettere, come tutti questi fattori possano portare a percorsi tortuosi della mente, possano portare all'esplosione della follia.

Il destarsi della paura genera i mostri, si potrebbe dire. Kadir, fratello maggiore, viene rilasciato dopo quasi vent’anni di prigione per buona condotta. In cambio di questa “libertà vigilata” però dovrà collaborare con la polizia, dando informazioni precise e puntuali sugli abitanti e su quanto succede nel proprio quartiere, sotto le mentite spoglie di un netturbino. Tornato in “semilibertà” Kadir va a trovare il fratello minore, Ahmet. Ahmet, lavora come “accalappiacani” per conto del Comune (in realtà li uccide per debellare il fenomeno degli animali vaganti).

Ecco che due esistenze umili, anzi umilissime, con due lavori grigi e senza infamia, a causa “dell'inaspettata piega degli eventi” possono precipitare in una spirale di “ingenua, quanto terrifica paura”. Kadir è ossessionato dal fratello “di mezzo”, scomparso nel nulla dieci anni prima. Allora inizia a sospettare di tutti, tranne che dei suoi vicini, forse perché sono stati gli unici gentili con lui, forse perché attratto dalla bellissima Tülin Özen. Ahmet, già provato dall'abbandono della moglie, invece soffre di solitudine, alleviata un poco da un cane che, dopo aver tentato di uccidere, prende con sé e accudisce.

Ma la Turchia di questi anni non è un posto per chi ha troppa misericordia, è la paura a dominare su tutto, anzi l’ossessione della paura. Emin Alper raccontandoci una storia tutta “privata”, anzi claustrofobica di due fratelli, realizza un film “politico” sulla situazione odierna della Turchia. Se da un lato ad esempio il capo di Ahmet dichiara alla televisione: “I cani randagi non vengono uccisi, ma addormentati e portati in canile”, dall'altro si affretta a spronare i suoi uomini: “In due settimane non voglio più vedere bestie aggirarsi per Istanbul. Ammazzateli tutti”.

Ecco allora che si capisce come di tutti si possa sospettare, di come sia, quasi, legittimo lambiccarsi la mente nel tentativo di partorire assurde, quanto tremende, teorie complottistiche, di rapimenti o di presunti attentati. Anche i buoni, anche gli ingenui possono finire in questa spirale perversa. Se è vero che odio chiama odio, possiamo allora dire che “paura chiama follia, anche mortale”.