Madame Courage - Merzak Allouache

Madame Courage – Merzak Allouache

Dagli “Accattoni” delle borgate romane agli accattoni di una metropoli algerina il passo non è così lungo. Si potrebbe iniziare così, con questo velato, neanche troppo, riferimento pasoliniano, a parlare intorno a Madame Courage, film diretto da Merzak Allouache che ha riscosso un nutrito numero di applausi molto convinti, al termine della proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia.

La storia è quella tipica di “un ragazzo di vita”, Omar che orfano di padre e con una famiglia (madre che passa tutto il giorno a “venire ingoiata” dalla televisione che trasmette incessantemente telepredicatori della vera fede islamica e la sorella che si prostituisce tentando di uscire dalle squallide borgate algerine) vive in una catapecchia ai sobborghi di Mostaganem, trascorrendo la propria esistenza bigia e senza un centro da novello accattone: bighellona in giro, compie qualche furtarello e ingolla pasticche di “madame courage”, una sostanza psicotropa molto diffusa tra i giovani algerini. Ma è dal furto che nasce la poesia, quasi di matrice “classica”: infatti un giorno, mentre ruba ad una ragazzina una piccola collana d’oro, Omar scorge gli occhi di Selma, profondi come il deserto della propria coscienza, e si invaghisce, verrebbe da sussurrare se ne innamora.

Dice un proverbio antico come il mondo: “Amor vincit omnia”, l’amore vince su tutto. E vince anche su Omar. Certo, non lo rende tanto migliore, non lo redime dai piccoli/grandi crimini che commette, ma egli sembra, nel momento in cui scorge Selma nei meandri del proprio universo, avere un “disegno”, essere stato toccato dalla pietà. Tramite una telecamera che segue costantemente i movimenti, le fughe e gli scatti improvvisi dei personaggi, Merzak Allouache (sorta di “fratello Dardenne d’’Algeria”) dona grande mobilità al proprio film, che rimane però, dal punto di vista della sceneggiatura, ben ancorato ai minuscoli “quadri scenici”: l’’orripilante “antro casalingo” della famiglia di Omar, la casa di Selma, l’’anonima città con il suo lungomare ingombro di rifiuti e così via.

Ma avevamo detto che Omar, grazie a Selma, si “nobilita” alla stregua di un poeta greco. Certo, questa può essere considerata una boutade, ma neppure troppo. Infatti vediamo Omar più volte sostare davanti al balcone di Selma. Senza scomodare i Montecchi e i Capuleti, basti ricordare come, per quanto concerne la poesia greca antica, uno dei generi più frequentati dagli autori era proprio il παρακλαυσίθυρον (Paraclausithyron, “il lamento dell’’amato davanti alla porta dell’’amata”). Ovviamente Omar non declama nessun struggente carme d’amore, al massimo rischia di venire picchiato dal fratello di Selma, agente di polizia tra l’’altro. Ma l’’unica forma di pietà, nel mondo privo di questo sentimento tratteggiato da Allouache, è proprio quella di Selma verso Omar, il bruto, che si nobilita al contatto della bella.