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Equals – Drake Doremus

In un piccolo appartamento dalle tonalità blu freddo il giovane Sils (Nicholas Hoult), appena sveglio, si reca con pacato rigore a farsi la doccia per poi prepararsi ed uscire. Comincia cosi Equals, altro film in concorso a Venezia, con la rapida descrizione di un momento banale e fin troppo quotidiano.

Eppure, nel bel volto di Sils fluttua una strana assenza mista a inquietudine che fa pensare a una situazione tutt’altro che tranquilla. Sospetto confermato dalla prima inquadratura della sequenza successiva, in cui, in campo lungo, una serie di persone vestite con le stesse, asettiche divise bianche si aggirano con fare robotico attorno a un inquietante palazzo color ghiaccio.

Ci troviamo nella distopica città di Atmos, dove, per scongiurare l’arrivo di un nuovo conflitto mondiale e reprimere qualsiasi “sbavatura” dell’anima che possa offuscare l’efficienza dell’uomo e una quieta linearità del vivere, le emozioni sono state brutalmente azzerate a favore di un’esistenza piatta e quasi automatica. Ma cosa succede in questo luogo così impeccabile da sfiorare l’angoscia, pieno di morte interiore, se il protagonista Sils e la giovane Nia (Kristen Stewart) contraggono il “virus SOS”, cominciando così a provare veri autentici sentimenti e innamorarsi?

Soprattutto nel corso del Novecento, il “serbatoio” della distopia è stato sfruttato così tante volte nei libri e nei film che a decidere oggi di dar vita a un’opera – sia letteraria che cinematografica – basata su tale argomento si rischia di inciampare nello scontato più kitsch. Da questo punto di vista il regista Drake Doremus, pur non disponendo di una sceneggiatura particolarmente originale (un ragazzo e una ragazza che si innamorano segretamente l’uno dell’altra in una società “fantascientificamente” repressiva), ha evitato di “appropriarsi” di banalità varie.

L’impianto visivo di Equals è infatti di indubbio impatto, dove a spiccare è il bianco allucinato del décor e dei palazzi, di un’abbagliante severità che circonda e invade i suoi abitanti, i cui corpi, a loro volta, come spenti addetti di un Eden asfittico, sembrano quasi essere stati generati dal blocco color ghiaccio del grande complesso architettonico. Altrettanto riuscita è la costruzione dell’apparato sonoro, costituito dai rumori degli ordini e dei meccanismi dei computer e dagli annunci provenienti dagli altoparlanti, presenze invisibili – ma inevitabili – che raramente concedono tregua.

A tutto questo si aggiungono la credibilità delle interpretazioni dei due protagonisti, che esprimono il loro sentimento amoroso oscillando fra la passione e forzata freddezza davanti agli altri abitanti per non essere scoperti, e l’idea di utilizzare la fantascienza come spunto per affrontare temi quali la repressione delle emozioni, amorose e sessuali. Quello che invece forse manca in Equals è la capacità di padroneggiare e dosare tutto questo materiale di indubbia suggestione: alla lunga, l’uso abbagliante e insistito del bianco stucca anziché ipnotizzare, e alcune inquadrature sfuggono di mano per confinare con la non entusiasmante estetica dell’immagine pubblicitaria.

Motivi, questi, purtroppo abbastanza “notevoli” che fanno di Equals un film “solo” degno di interesse con alcuni buoni propositi stilistici lasciati a metà