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Automata – Gabe Ibáñez

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’evoluzione del genere fantascientifico. Accanto alla fantascienza più tradizionale, quella che si consuma in navicelle spaziali ipertecnologiche o in città extraterrestri, si è fatta spazio un’’altra categoria di film nati dalla commistione tra la science-fiction e il cinema distopico. Di questo genere fanno parte pellicole anche molto diverse tra loro (come Io Robot e Wall-e, ad esempio), ma accomunate dal fatto di essere ambientate in un pianeta Terra ultramoderno e ridotto alla miseria e alla desertificazione, in uno scenario in cui l’unico nemico dell’’uomo è l’’uomo stesso, destinato ben presto a scomparire. È la fantascienza urbana, veicolo di messaggi ecologici e di ammonizioni su tematiche quali la salvaguardia del pianeta. Si inserisce all’’interno di questo insieme anche il più recente Autómata, diretto dallo spagnolo Gabe Ibáñez.

In un futuro vicinissimo (siamo nel 2044) la Terra è abitata da pochi milioni di esseri umani. Accanto a essi troviamo i robot, messi a punto dall’’uomo per sostenersi in un momento di regressione tecnologica. Due protocolli impediscono ai robot di fare del male a qualsiasi essere vivente, garantendo così un clima di convivenza pacifica tra le due specie. In uno dei tanti grattacieli vetrati e ologrammati della metropoli contemporanea vive Jacq Vaucan (Antonio Banderas), che di mestiere fa l’’agente assicurativo per la società produttrice dei robot. A mettere in moto la storia concorre il tentativo di boicottare i protocolli di sicurezza, con la conseguente minaccia per la sopravvivenza dell‘’umanità.

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Il film soffre di un problema fondamentale: il suo impianto narrativo non è costante. Le premesse e tutta la prima parte del film si dimostrano interessanti, caricano la storia di potenzialità e di tematiche. Dopo i primi quaranta minuti, però, la trama si appiattisce, si sfilaccia, si annoda. Si sente un retrogusto amaro in bocca, sciacquato via da un finale che in parte riporta la storia sulla rotta intrapresa all’’inizio e che viene costruito per piacere e per lasciare un messaggio di speranza. È in ogni caso meritevole il tentativo di non seguire pedissequamente la classica struttura del cosiddetto “viaggio dell’’eroe” per ricercare una nuova modalità di dare forma al racconto.

Visivamente Automata è un film ben fatto. Le scenografie, sia quelle generate al computer che quelle ricostruite in teatro di posa, sono suggestive e coerenti; gli effetti visivi sono degni di nota, soprattutto quelli ideati per dare vita ai robot direttamente sul set, evitando una computer grafica che non avrebbe probabilmente retto il gioco. Gli oggetti non sono ipertecnologici e visionari, ma piuttosto vicini alla nostra concezione di tecnologie degli anni a venire; del resto non ci sarebbe stato motivo di “ultra tecnologizzare” un futuro così prossimo. Forse i robot sono appena poco convincenti perché sanno di già visto, ma il loro essere antropomorfi in modo così spudorato rende bene l’’idea di convivenza con l’’essere umano. La fotografia è piuttosto standard per il genere e restituisce senza troppe difficoltà i toni cupi della città e l’assoluto senso di spaesamento del deserto. Lascia invece abbastanza a desiderare l’’interpretazione di Banderas, che ci propone per tutto il film gli stessi sguardi, gli stessi movimenti, la stessa impostazione di recitazione, unite ad una postura forzata in modo del tutto immotivato. È fermo immobile, non cambia, non coinvolge.

Autómata non è un film eccellente, ma comunque apprezzabile, se non altro perché interpreta il tema fantascientifico da un punto di vista innovativo. È capace in potenza di affrontare molte tematiche, forse troppe, tutte collegate a un unico grande polo, ovvero quello dell’evoluzione della specie. La soluzione qui proposta è che dopo la scimmia e l’’uomo non possano che venire i robot. È un’’idea poco darwiniana, ma all’’interno di questo ecosistema della durata di due ore pare coerente e risolutiva.