bud spencer sigaro

Grazie Omone. Bud Spencer e l’etica della sberla

Dire addio a Bud Spencer è difficile. In questo anno già così pieno di lutti per la cultura popolare italiana e mondiale la sfida di salutare un simile personaggio si pone su un livello diverso. La figura di Bud Spencer come nessun’altra è inscindibile dalla sua opera, un uomo che è stato per almeno tre generazioni di italiani un tutt’uno con i personaggi, ma sarebbe più corretto dire il personaggio, che ha interpretato in decine di film. E questo personaggio sfugge alla logica fredda della critica e della storia per trascolorare nel puro irriflesso emozionarsi dell’infanzia, nel gioco, nell’immaginario meno problematico, più semplice della favola, del fumetto di supereroi – quello precedente ai superproblemi e ai blockbuster, a Nolan e Alan Moore.

bus spencer bomber

Bomber, Michele Lupo, 1982

L’omone burbero ma in fondo bonario, il riparatore di torti a suon di cazzotti, l’invincibile picchiatore senza palestra e senza steroidi, l’uomo che non doveva mostrare muscoli perché muscolo era, silenziosa maschera scettica verso l’umano travaglio, filosofico semplificatore della complessità del reale ha cullato la nostra infanzia nella più dolce delle illusioni: niente è così complicato che non possa essere sistemato da un buon sganassone.

Il cinema di cui Bud era divinità olimpica era un cinema artigianale e naïf, semplice, spesso elementare in storie che non andavano oltre alla semplice dicotomia tra buoni e cattivi, il cui confine correva sempre sul filo della prossima sberla, puntuale e inesorabile come la saetta di Zeus. Lo chiamavano Trinità resterà tra i più grandi successi di pubblico della storia del nostro cinema.

Lo chiamavano Trinità, E.B. Clucher, 1970

Lo chiamavano Trinità, E.B. Clucher, 1970

Molti hanno indicato nell’avventura della coppia di buoni ladri formata da Bud e Terence Hill, ironicamente mutuata da I magnifici Sette e quindi dai samurai di Kurosawa come fu per Per un pugno di dollari, il segno del riflusso: evasione e crepuscolo nella favola per un genere, lo spaghetti western, capace di regalare capolavori giganteschi così come sarà poi il Monnezza di Tomas Milian a celebrare le esequie caciarone dei cupi e tragici poliziotteschi.

Ma l’etica binaria del nostro supereroe preferito dell’infanzia, e quindi di sempre, era necessaria e istruttiva. Pensiamo a quel rapporto con l’America, il grande orizzonte a cui sempre si guardava. La figura di Bud ha abitato nei meandri del sogno americano così come arrivava nella provincia dell’impero, ma lo ha fatto in maniera più critica di quanto a prima vista potrebbe sembrare.

Lo chiamavano Bulldozer, Michele Lupo, 1978

Lo chiamavano Bulldozer, Michele Lupo, 1978

Cos’è Banana Joe e la sua lotta al latifondo se non un grande eroe baciato dal bolivarismo e dalla Teologia della liberazione? A forza di sberle, avrebbe respinto anche i contra addestrati dalla CIA. Lo chiamavano Bulldozer cala il mito dell’America e del suo sport esotico e spettacolare su una spiaggia spoglia come quella di Amore tossico, facendo i conti con la prepotenza di militari americani stupidi e arroganti dislocati nella provincia italiana. Pensai a Bulldozer quando quattro top gun in vena di giochi pericolosi abbatterono la funivia delle mie settimane bianche di bambino.

La vita adulta ci ha insegnato a diffidare della semplicità di soluzioni alla Bud Spencer ma il sogno infantile di una giustizia sorridente ed equa, incruenta eppure sempre dalla parte del debole, dell’oppresso, dello sfigato, è stato e resterà irrinunciabile.

Grazie, Omone.