Santo Genet – Punzo Compagnia Fortezza

Santo Genet, o il rovescio della santità

Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza a Palazzo Venezia

Da quando ho conosciuto larte questa cella è diventata una prigione.

Questa frase folgorante pronunciata da un detenuto nel finale di Cesare deve morire dei fratelli Taviani è indicativa in modo straziante di come l’arte possa diventare una possibilità di salvezza: come un risveglio improvviso — doloroso, a volte purtroppo tardivo — che porta però a raggiungere una nuova e maggiore consapevolezza di sé e della realtà circostante. Accade così che nel carcere di Volterra i detenuti, grazie al lavoro rigoroso, quotidiano e ormai ventennale del regista e drammaturgo Armando Punzo, possano trovare la libertà dentro la costrizione, una luce nel grigiore del tempo piatto e inerme, sostituendo l’immobilità imposta con una possibilità di ricerca, non terapeutica o sociale ma prettamente teatrale — e quindi umana — come è ben visibile dallo spettacolo Santo Genet, diretto da Armando Punzo e presentato eccezionalmente a Roma.

Solo i grandi peccatori possono assurgere al grado di santità. Questa è la lezione di Jean Genet: il ladruncolo, il galeotto, il pederasta ma soprattutto il grande scrittore capace di trasformare la bestemmia in santità, di rovesciare i valori della società borghese mettendo al centro l’immoralità come nuova religione e lemarginato come suo adepto. Un teatro che paradossalmente si fa carico di un messaggio universalmente cristiano per la sua volontà di essere dalla parte degli ultimi al di là dell’impegno civile o ipocrita paternalismo, piuttosto con l’obiettivo di trasfigurare il degrado dei bassifondi nella rappresentazione effimera del teatro, conferendogli così dignità poetica ed estetica.

Foto di scena ©Claudia Pajewski

Nell’atmosfera sospesa e suggestiva del giardino di Palazzo Venezia, Punzo rende così omaggio a Genet con uno spettacolo che è una grande Festa del teatro: una festa barocca, eccentrica e dai colori sgargianti (costumi Emanuela DallAglio), naturalmente straripante verso il pubblico, il quale inizia il suo percorso attraversando due file di marinai fassbinderiani in pose plastiche, per poi arrivare di fronte a un palco che ha le sembianze di un quadro surrealista (scene Alessandro Marzetti, Silvia Bertoni, Armando Punzo): statue, colonne, tanti specchi sospesi, un tempio dismesso votato al niente.

Foto di scena ©Claudia Pajewski

Travestiti, assassini e canaglie; vescovi, prostitute e madonne, tutto si confonde nel bordello di Madame Irma de Il balcone — un perturbante Armando Punzo dal trucco femminile e sorriso smaliziato — in scene che non procedono per narrazione ma per quadri visionari e rarefatti in cui si sovrappongono frammenti di poesia genettiana tratta dai suoi romanzi e pièces teatrali: dal Diario di un ladro a Nostra signora dei Fiori passando per Querelle de Brest, Le Serve, I Negri.

Foto di scena ©Claudia Pajewski

Ed è in questo riflesso di una realtà irreale — inconscia ma non irrazionale, realistica ma non verosimile — che Punzo rovescia il lato oscuro della santità: l’immoralità, il crimine, ovvero un brulicare di umanità disperata che può aspirare alla purificazione solo attraversando il Male. Un mondo che si rifrange in un gioco di specchi che confonde continuamente un “noi” e “loro” — distanza a tratti felicemente si azzerata — la vita e il teatro, la biografia e la finzione: un cortocircuito già ben presente nel teatro di Genet che in questo caso si amplifica di significati ulteriori, vibranti, a scuotere nel profondo le certezze: “ora tornate a casa. Vedrete che tutto è molto più falso di quello che avete visto qui”, chiosa infine Madame Irma.

Foto di scena ©Claudia Pajewski

Si può vivere liberi ma ugualmente in catene senza saperlo. Oppure si può essere privati della propria vita per una colpa, o una beffa del destino e capire così che la libertà, prima di essere fisica, è uno stato mentale. Una verità difficile, dolorosa da accettare e che forse i detenuti hanno imparato a far propria sui loro volti segnati; una verità che attraverso larte e il lavoro stra-ordinario di Armando Punzo trova la sua più piena, ed emozionante, sublimazione.

Ascolto consigliato

Il Giardino Ritrovato, Palazzo Venezia, Roma – 28 giugno 2016