Foto ©Francesco Pititto

Il peso della consapevolezza

A Natura Dèi Teatri debutta il MacBeth di Lenz

«Chi è stato? Non dirmi che sono stato io.»

Sono le parole del MacBeth, nuovo spettacolo di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto in arte Lenz fondazione, la storica compagnia parmigiana che negli ultimi quattordici dei propri trent’anni di attività ha attinto al patrimonio letterario europeo e lo ha rielaborato secondo una peculiarissima grammatica (una «grammaturgia», per riprendere una definizione a loro cara) che indaga, decostruisce, reinventa il testo di partenza adattandolo all«alterità» dei propri attori.

Lo abbiamo già scritto a novembre in occasione della seconda tappa del progetto biennale sull’Orlando Furioso (conclusosi in questi giorni al Tempio della Cremazione di Valera, fuori Parma), ma vale la pena ripeterlo: quello di Lenz non è un teatro sociale, è un’esplorazione artistica della varietà che attraverso un approccio espressionista-psicologico apre prismaticamente la presunta normalità sprigionandone le diverse peculiarità interne che quotidianamente – si tratti della letteratura, del teatro o della disabilità – rimangono inespresse. Espressionista-psicologico, infatti, proprio nel senso che Maestri-Pititto non negano o esaltano i punti dombra della cosiddetta diversità ma piuttosto vi si immergono per concepire nuove creazioni a partire da essa. Non a caso questa sessione estiva del loro ventennale festival Natura Dèi Teatri si chiama proprio «Punto Cieco».

Foto di scena ©Francesco Pititto

Stavolta, però, la presenza dei cosiddetti attori sensibili è rinviata, compariranno solamente in video. Unica in scena, Sandra Soncini (di lunga data la sua collaborazione con Lenz) è Lady MacBeth. L’aizzatrice. La troviamo chiusa dentro un grande paravento triangolare, sobilla come un tarlo dall’interno, mentre le videoproiezioni ci mostrano il re, deforme sulla superficie aguzza, al confine tra lucidità e follia. Il prisma poi si apre, lascia sgorgare fuori la regina, ma ecco che la visionarietà (metaforica: il vaneggiare; e concreta: la videoproiezione) si sdoppia moltiplicandosi visivamente anche sulle pareti laterali: lei e lui così sembrano compenetrarsi nellossessività, quasi si trattasse di una copula trasposta, un amplesso nevrastenico di colpa e delirio.

Foto di scena ©Francesco Pititto

Ma mettiamo da parte la tragedia shakespeariana e ritorniamo un attimo al passo citato in apertura.

Chi è stato? Non dirmi che sono stato io.

Questa frase, apparentemente «semplice» – e pur tale –, contiene già in nuce tutta la complessità della poetica di Lenz.

Certo, l’attore disabile genera una reazione di per sé «altra», perché risulta inevitabilmente diverso; ma lesposizione prolungata a questa non chiara diversità innesca il processo inverso: così come ci concediamo alla follia sanguinaria – anomala – di MacBeth, arrivando a rimanerne affascinati, analogamente la recitazione «altra» dellattore disabile porta a soffermarci su aspetti che normalmente saremmo portati a non considerare e che pure – scenicamente parlando – hanno un peso notevole. O, volendo riassumere con una provocazione: normale dovrebbe essere forse l’affettazione tonale dell’attore accademico?

Foto di scena ©Francesco Pititto

Vero altresì, tuttavia, è che tale approccio non sempre dà vita a spettacoli globalmente convincenti, a tratti l’aspetto concettuale o scenico rischia di prendere il peso maggiore tra i piatti della bilancia. La riscrittura per attori sensibili solleva domande irrisolte? sì, ma sospende altri aspetti (il ritmo, la tensione, la comprensione), richiedendo forse una maggiore disponibilità – da parte dello spettatore – che se da un lato è più che naturale e spontanea dall’altro potrebbe generare, paradossalmente, diversità rispetto a spettacoli dalle scelte formali più convenzionali.

Foto di scena ©Francesco Pititto

Chi è stato? Non dirmi che sono stato io.

Ecco dunque il tema per eccellenza (artistico e umano): la consapevolezza. Consapevolezza di ciò che ci accade, di ciò che facciamo in risposta, di ciò che ne consegue. Tutti siamo parzialmente ciechi, tutti cioè possiamo riscoprirci padroni a metà del nostro io, ospiti di un corpo che ci condiziona.

Come reagire, allora? La domanda rimane – per fortuna – aperta.

Ascolto consigliato

Lenz Teatro, Parma – 26 giugno 2016

MACBETH

da William Shakespeare
Testo e imagoturgia Francesco Pititto
Installazione, elementi plastici e regia Maria Federica Maestri
Musica Andrea Azzali
Consulenza scientifica Rocco Caccavari
Performer Sandra Soncini
Performer in video Ospiti REMS di Mezzani
Cura Elena Sorbi
Produzione Lenz Fondazione
in collaborazione con AUSL_DAISM-DP_REMS
Dipartimento Assistenziale integrato di Salute Mentale Dipendenze Patologiche AUSL di Parma REMS – Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza Sanitaria