Le Serve – Marco D'Amelio

Le Serve.Un caso che non esiste – Marco D’Amelio

Jean Genet, partiamo da qui. Per chi frequenta il teatro un nome noto, scrittore impegnato e controverso, dalle storie scabrose e i personaggi derelitti, spesso letto ma non altrettanto rappresentato. Per chi preferisce altre forme di spettacolo, invece, soltanto un’incognita dalla dolce assonanza francese. Ed è curioso che capitando in una piccola cantina romana alle spalle di San Pietro – il delizioso Doppio Teatro di Via Tunisi – ci si imbatta nella messa in scena de Le serve (dramma del ’46), e ancora più curioso che scorrendo lo sguardo sulla locandina fuori esposta il nome del drammaturgo parigino, in realtà, non compaia da nessuna parte. Ma forse si tratta solo di una svista.

L’atto unico racconta la storia di Claire e Solange Lemercier, due sorelle legate a doppio filo: l’una all’altra ed entrambe alla ricca padrona presso la quale prestano servizio. Un rapporto dai risvolti morbosi che ogni sera, quando Madame è fuori casa, vede le due ragazze inscenare lo psicodramma della loro rivalsa – morale e sociale – sull’adorata e disprezzata Signora, in un’inversione di ruoli che poco a poco porterà le due serve a smarrire la propria identità e a confondere la realtà con la finzione.

Nella rivisitazione del giovane videomaker Marco D’Amelio (classe 1987, alla sua prima regia teatrale), la scena è dominata da una spoglia branda a maglie strette, sineddoche di una ragnatela mentale, elastica ma severa, che finisce per intrappolare i pensieri delle due sorelle in una spirale claustrofobica di ossessioni. In contrappunto alle “prove” dell’agognato omicidio, la presenza fuori scena di Madame che nelle sue sporadiche apparizioni si mostra sempre altezzosamente impermeabile al dramma interiore delle sue serve: distanza sottolineata da un paio di grandi cuffie cariche di musica sintetica, da pantomime affettate e da una sciatta leggerezza da teenager dei giorni nostri. Ed è proprio in questo scarto netto fra l’atmosfera quasi ottocentesca del fatiscente sottosuolo delle serve e i modi vistosamente moderni della padrona che sembra dispiegarsi la denuncia della rilettura genettiana: è una dialettica servo-padrone riveduta e aggiornata, uno scontro fra oppressore e oppressi che nella contemporaneità consumista diventa fatto consolidato, normalizzato, inconsapevole e dunque doppiamente inquietante.

Seppure il risultato sia un po’ farraginoso e l’accostamento rimanga soltanto abbozzato (penalizzato da una direzione scenica poco incisiva e debole – ma più che comprensibile data l’esperienza), l’idea di affrontare le lotte di classe e il vocabolario socialista di primo Novecento in chiave simil pop è comunque apprezzabile. Notevole l’interpretazione di Chiara Mancuso e Valentina Bonci.

Doppio Teatro, Roma – 4 ottobre 2014

In apertura: Foto ©Benedetta Rescigno 2014