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180 – Palma Violets

La missione di una fetta della stampa musicale britannica è quella di riportare in voga le guitar band. Ragazzacci sciupati e sciupafemmine che non cambiano jeans per settimane e sembrano essersi appena ripresi da una sbronza di whisky ogni volta che li vedi, che sono sfatti e spettinati ma chissà perché sembrano sempre angeli maledetti e perfetti nella loro disgraziata imperfezione. Ehm… si, certo… questa però è la descrizione di Julian Casablancas cara la mia stampa britannica. Vogliamo tornare indietro di 10 anni? Per me va benissimo, ma all’epoca le band in circolazione erano Strokes, Libertines, Kings of Leon, Interpol e (qualche anno dopo) Arctic Monkeys. Se la scelta dei media di Sua Maestà è ricaduta sui Palma Violets per far tornare di moda il rock “schitarroso” beh, allora ho una buona notizia per gli amanti della dance: continuate a ballare ragazzi il rock non tornerà in tempi brevi!

Stop.
Dall’inizio.

Il disco di cui parliamo si chiama 180 ed è stato registrato a Londra e distribuito dall’etichetta Rough Trade Records; data di pubblicazione 25 febbraio 2013.

Traccia numero uno: Best of Friends. Singolo d’esordio dei quattro ragazzi di Lambeth, contagioso e orecchiabile, da subito è piaciuto praticamente a tutti grazie al suo sound vintage e le sue chitarre sbilenche che, in alcuni passaggi, mi hanno davvero ricordato le azzuffate sonore tra Pete & Carl (Libertines). Verdetto: qui abbiamo trovato qualcosa di davvero interessante.

Traccia numero due: un ri-arrangiamento di Best of Friends venuto non molto bene a dir la verità. Traccia numero tre:…ehm si, è sempre Best of Friends, un po’ più soft e meno incisiva però… la traccia quattro… la traccia quattro è sempre Best of Friends… però molto più brutta.

Alright, basta scherzi.

Siamo davanti ad un album di undici canzoni all’interno del quale ci sono, sporadicamente, momenti musicali anche molto gradevoli, che ti caricano di giuste vibrazioni ahimè vanificate da inutili linee vocali che non restano in testa, da scarsissima originalità e da una gigantesca mancanza di incisività. Facciamo un esempio facilissimo? Ok, ecco quello che vi ritroverete a dire a mezza bocca durante l’ascolto del disco: «ah bello ‘sto giro di chitarra… però poi? Cos’altro c’è? Ah no, dai, sembra quella di prima. Quante canzoni mancano? No, al massimo finisco dopo di sentirlo. Ma poi che cavolo di titoli hanno dato a ‘ste canzoni? Hanno meno appeal della tracklist di un album dei The Bees!».

Credo di aver reso l’idea e di avervi descritto con sufficiente chiarezza quello che ai miei occhi non è niente di più che un ensemble di idee poco ragionate, qualche passaggio piacevole e tantissimo nulla. Quindi, cara la mia stampa britannica, oltre all’attitudine, all’aspetto fisico e al look, ci deve essere quello che le band che ho citato in precedenza avevano per diventare un grande gruppo: talento a palate. Altrimenti non è più rock’n’roll ma è solo X Factor.