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White God – Kornél Mundruczó

White God si apre in maniera assolutamente scioccante. Una ferocissima mandria dei cani al rallenty corrono lungo una Budapest sempre più vuota inseguendo una bambina. Proprio nel fotogramma in cui viene raggiunta, uno stacco improvviso ci mostra lei nel parco. Parte il flashback, e quella sequenza iniziale sarà la stessa, espansa, nel finale. Una specie di resa dei conti. Quello che appare come horror animale diventa un allegoria della rivoluzione del più debole verso il più forte. La mandria canina così torna, più feroce che mai.

Kornél Mundruczó al sesto film, alza la metafora e ci regala un film quasi profetico pieno di simboli, anche contemporanei. Proprio dopo quel tradimento e da quella solitudine, nasce la rivolta. Tra il semi-serio e il faceto, White God racconta in maniera quasi biblica la resurrezione dell’oppresso (dog=god?). Hagen, lo splendido cane protagonista, dopo una vita di soprusi subiti si organizza con il popolo dei cani abbandonati e talvolta seviziati che organizzano una guerriglia senza esclusione di colpi, e Mundruczó non esita a renderla spettacolare. L’amore e l’umiltà ci salveranno? Difficile.

Rimane sperimentale in un certo senso questo film, pur andando a caccia di un pubblico espanso. Da una parte gli emarginati e sfruttati dalla società come dalla storia, dall’altra noi che pensiamo a loro spesso come suppellettili. Il racconto di Mundruczó dalla grande potenza visiva è però spesso troppo ambizioso e finisce per perdersi in lacune provocatorie. Una favola surreale e angosciante, destabilizzante, per diverse ragioni. Unica, nel bene e nel male.