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Velociraptor – Kasabian

Dato questo contesto i Kasabian, giunti alla quarta fatica, riescono nella piccola ma significativa impresa di restare originali e regalarci un lavoro solido e maturo, per certi versi in questo senso spiazzante. Perché dopo tre album e uno stile sonoro inconfondibile, il rischio di stancare è abbastanza alto: e invece i ragazzacci di Leicester, senza stravolgere il loro stile musicale, se ne escono con una “bomba sonora” prodotta dal guru The Automator e registrata insieme ad un’orchestra sinfonica, in cui il principale riferimento sono ancora i Led Zeppelin e gli anni ’70 ma questa volta rivisitati e mescolati attraverso l’elettronica con altri suoni di diversa estrazione. Il tutto, ovviamente, in salsa Kasabian.

L’inizio è diretto, senza fronzoli, con l’uptempo di Let’s Roll Just Like We Used To il cui incedere trascina verso il singolone Days Are Forgotten, il brano che più ci mantiene ancorati ai Kasabian tradizionali. La prima sorpresa arriva già alla terza traccia, Goodbye Kiss, una riedizione contemporanea di una qualunque canzone d’amore semiacustica dei Beatles, un po’ alla maniera di Eleanor Put Your Boots dei Franz Ferdinand – ma diamine, molto più bella. La Fee Verte ci porta nei ’60 più acidi celebrando i Beatles («“I see Lucy in the sky, telling me I’m high»”), pare che Lewis Carroll o Grace Slick arrivino da un momento all’altro e ci introducano alla sezione più bella del disco dove ci attende subito il cazzotto di Velociraptor, un classico alla Kasabian, e poi probabilmente l’apice di questo lavoro, la straordinaria Acid Turkish Bath (Shelter From The Storm) che ci catapulta in Asia, con suoni degni di un album dei System Of A Down ma a beat rallentati, acidi e sincopati, immersi in elettronica per palati fini, con la ciliegina di un ritornello sublime.

A seguire si resta in ambiente elettronico con I Hear Voices, armonia alla Kasabian sopra ad un tappeto sonoro quasi interamente elettronico che starebbe bene in una canzone dei Men@Work. Attraverso l’energica Re-Wired scorriamo dentro a Man Of Simple Pleasures, interessante ma forse la più banale in termini di armonia vocale che fa tanto brit pop («“I see no future, so leave me alone in the past»”) sino a Switchblade Smiles, il primo brano estratto dall’album, folle suite in stile Club Foot ma decisamente più industrial. Chiusura con Neon Noon, dove un’armonia beatlesiana si confonde con l’elettronica e gli ’80.

In conclusione diciamo che: no, i Kasabian non sono gli eredi degli Oasis, per fortuna– e perché eredi degli Oasis, diciamocelo, non ne esistono. Sono diversi e originali, sono il risultato di un meltin’ pot di suoni che ora ha raggiunto piena maturità e che consacra il talento d’autore di Sergio Pizzorno, uno dei più brillanti songwriter e architetti musicali della nostra epoca, forse come detto ancora troppo sottovalutato.