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A Winged Victory For The Sullen – A Winged Victory For The Sullen

Due mondi cosi vicini e cosi diversi che si incontrano, ovvero quello della musica classica e del neo-ambient. Il progetto A Winged Victory For The Sullen può essere descritto metaforicamente come l’incontro di due pittori che vogliono disegnare lo stesso paesaggio ma con tecniche diverse: uno è più realista, più fluido nelle pennellate; l’altro è più irregolare e impressionista.

Il risultato potrebbe essere disastroso o stupefacente: in questo caso il dipinto risulta molto gradevole, con una leggera tendenza alla ridondanza (dettaglio trascurabile considerata la qualità dell’opera) e che trova nell’impalpabilità e nel “continuo movimento” della musica, il suo punto di forza.

Dustin O’Halloran (ex Devics insieme a Sara Lov, poi dedicatosi alla composizione di musica classica, in particolare per colonne sonore) e Adam Wiltzie (membro degli Stars of The Lid, band protagonista dal ’95 della scena elettronica minimale soprattutto per quanto riguarda l’ambient e il drone) avevano già collaborato insieme per il disco di quest’anno del primo (Lumiere).

Concretizzano la loro collaborazione sotto il nome A Winged Victory for the Sullen, registrando un disco omonimo per la Kranky. A completare il quadro, due Guest Star d’eccezione: il violoncellista islandese Hildur Gudnadottir e il talentuoso Peter Broderick al violino.

Le composizioni riescono a disegnare moti paesaggistici che come istantanee fotografiche seriali riescono a catturare una sensazione, uno stato d’animo, una percezione. Musicalmente parlando predomina il minimalismo che viene “colmato” a tratti grazie alla presenza degli archi. I brani fanno trasparire la forte intesa fra i due musicisti che riescono a produrre un prodotto coeso e omogeneo e dall’elevato contenuto emotivo.

Si comincia con We Played Some Open Chord and Rejoiced, for the Earth Had Circled the Sun Yet Another Year, tremolante, appeso a un filo, pieno di “buche” (quasi in stile James Blake): l’immagine che viene in mente è quella solitudine, quella di una casa abbandonata con le finestre rotte, la porta aperta dalla quale si intravede una piccola fetta di deserto.

La musica prende maggiore consistenza nelle successive Requiem fot the Static King Part I-II: maggiore presenza degli archi, piano all’ennesima potenza dosato col contagocce e una conseguente prevalenza del fattore ambient; I due pezzi ricordano a tratti alcune composizioni di Michael Giacchino e sono di un’eleganza e delicatezza unica, capaci di alienarti dal resto del mondo e portarti in chissà quale luogo indefinito. La “suite” acquista ancora più valore emotivo e introspettivo per essere un esplicito ricordo di un amico comune dei due artisti, Mark Linkous degli Sparklehorse (Static King era il nome dello studio di registrazione del cantante americano).

La composizione centrale Minuet for a Cheap Piano riprende il tema iniziale ma con una maggiore freddezza dovuta ad un’accentuata scarsezza del suono: questa volta da quella porta l’immagine che si materializza è quella di una tundra innevata. Questa fotografia permane con la successiva Steep Hills of Vicodin Tears, la traccia più bella e malinconica dell’album, più calda e penetrante della precedente: sembra di vedere la neve che si scioglie, uno spiraglio di sole, un uomo che sta per varcare la soglia di quella porta e proprio in quel momento fa un passo indietro (il pezzo si congela quasi inaspettatamente nel finale).

La paura, la dissonanza interiore, l’incertezza sono rappresentate perfettamente dalla lunga successiva A Symphony Pathetique, caratterizzata nella prima parte dai cristallini tocchi di piano che delicatamente si dissipa per far spazio ai movimenti celestiali e “dream” del violino. Pianoforte assente per quasi tutta la prima parte della finale All Farewells Are Sudden che mette in mostra ancora una volta una certa inquietudine (vaghi echi di drone nella parte centrale) che viene limata nella parte finale del brano. Lo scenario cambia: il mare aperto, una piccola barca e all’orizzonte la terraferma, simbolo di quell’incertezza ma allo stesso tempo della speranza.

A Winged Victory For The Sullen è un progetto solido ma con ampi margini di miglioramento: l’album ha sicuramente un alto valore tecnico, estetico ed emozionale ma c’è da rimproverare il poco coraggio nell’osare maggiormente a scapito della strada sicura. La via da seguire, a mio parere, è quella degli ultimi due brani. In ogni caso niente di tutto ciò toglie valore al disco che resta un ottimo esperimento.