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Tutto può accadere a Broadway – Peter Bogdanovich

Per Peter Bogdanovich il tempo sembra essersi fermato dietro le lenti della sua celebre montatura. Nella lucidissima consapevolezza di settantenne che ha conosciuto il cinema americano come nessun altro, dopo aver superato durissimi momenti personali e a distanza di ben tredici anni dal suo ultimo lungometraggio, autore di cult assoluti come Targets e L'ultimo spettacolo è tornato dietro la macchina da presa.

Tutto può accadere a Broadway è un divertissement che rinnova lo storico amore del regista per la screwball comedy, genere già più volte omaggiato, a partire dal delizioso Ma papà ti manda sola? del 1972. Da sempre a Bogdanovich si è riconosciuta la qualità di saper rinascere dalle proprie ceneri, come un'araba fenice pronta a stupire chiunque la dia per spacciata. Anche stavolta l'operazione, non facile, è andata in porto, grazie soprattutto alla decisiva volontà di due produttori d'eccezione come Wes Anderson e Noah Baumbach, sebbene il risultato finale non entusiasmi come avremmo desiderato.

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Un carosello di personaggi e situazioni si dipana in una Grande Mela contemporanea, feriale e un po' anonima, copia sgualcita di quella colta con ben maggiore brillantezza in E tutti risero, fulcro della sua filmografia e, per inciso, titolo che Bogdanovich stesso ritiene il più importante della sua carriera. Coppie in crisi collidono in una ben studiata e un po' prevedibile tempesta perfetta. Il gioco tra sessi segue il collaudato schema alleniano degli incastri multipli incrociati. Si intersecano malintesi, sotterfugi, rotture e riappacificazioni. Alla fine, comunque, tutto almeno in apparenza torna in armonia, nello spirito rassicurante della commedia americana classica. A questa il film di Bogdanovich guarda con sconfinata venerazione, rivendicando un diretto legame di parentela attraverso la rilettura di capisaldi del genere come il Lubitsch di Fra le tua braccia e l'Edwards di Colazione da Tiffany.

A Tutto può accadere a Broadway sembra tuttavia mancare molto dello smalto che Bogdanovich ha saputo splendidamente esibire in passato. Oltre all'idea di partenza, di certo non nuovissima, due fondamentali ingredienti che purtroppo scarseggiano sono la vivacità nella sceneggiatura e la freschezza di sguardo. Nei dialoghi non tutte le battute colpiscono nel segno e in diversi passaggi la ripetitività delle situazioni, inserite nello script per mera accumulazione, non suscita l’ilarità sperata. La regia sembra piuttosto ingessata e priva di qualsivoglia slancio creativo, peraltro non adeguatamente sostenuta da una fotografia piatta e poco seducente. Se sotto questi aspetti il film delude, ci si può consolare scegliendo di accoglierlo come un divertito gioco cinefilo, denso di rimandi e citazioni, confezionato da uno dei più completi conoscitori della storia del cinema di tutti i tempi.

Come succede per qualsiasi attività umana, forse anche al cinema di Bogdanovich manca solo un po' di pratica più assidua e di esercizio attivo per tornare ai livelli che in passato ha saputo raggiungere. Non possiamo quindi non augurare ad una leggenda vivente come Bogdanovich che questo film possa essere il primo di una nuova, proficua ed esaltante seconda giovinezza.