Colin Farrell The Lobster

The Lobster – Yorgos Lanthimos

In un futuro distopico tutti gli adulti rimasti single vengono condotti in un elegante resort immerso nella natura in cui devono trovare un partner entro quarantacinque giorni, scaduti i quali, in caso di mancato accoppiamento, sono costretti a trasformarsi in un animale a piacere. Il timido e goffo David (Colin Farrell), da subito stordito dall’aura kafkiana e malata del luogo, sceglie senza particolari dubbi l’aragosta. Nel frattempo, pur di evitare di subire tale metamorfosi, farà di tutto per trovare l’anima gemella.

Durante questa ricerca della compagna “ideale”, insieme agli altri clienti dell’albergo l’uomo è obbligato a intraprendere una serie di assurde attività, come assistere a bizzarri spettacoli-lampo che puntano il dito contro gli irreversibili svantaggi del non essere in coppia, o andare a caccia del gruppo dei solitari, ex partecipanti nascosti nella foresta intorno all’edificio che si sono ribellati a queste mostruose imposizioni.

Nonostante questi temi dal sapore altamente fantascientifico, Lanthimos, regista greco (già) di culto qui al suo primo film con un cast internazionale, opta per una messa in scena “realistica” anziché visivamente esagerata, senza, cioè, necessariamente forzare l’inquadratura in senso allucinato per indicare il contesto apocalittico, come accade invece in altri film distopici (Metropolis, Arancia meccanica, Fahrenheit 451, Blade Runner).

L’autore lascia che sia la raffinatissima disposizione degli elementi interni al quadro e dei corpi a far fiorire il fantastico, l’irregolare e il bizzarro: uno dei maggiori pregi della pellicola è infatti proprio quello di rendere surreale il reale e viceversa, di far passare con disinvoltura l’assurdo per una componente necessaria, “normale” e persino giusta di questo doloroso quotidiano à la Orwell.

Per il suo modo freddo, disincantato e persino malinconico di allestire questa serie di meccanismi grotteschi Lanthimos fa pensare a un Buñuel con lo sguardo di Antonioni e l’approccio di Haneke intento ad attaccare le convenzioni sociali, a descrivere le bizzarre disfunzioni delle emozioni di una ridicola “dittatura dei sentimenti” che soffoca i personaggi, i quali si trovano spesso “intrappolati” in splendidi ralenti che, con finezza impietosa, evocano la loro impossibilità di liberarsi da questo labirinto che li spinge a un “affetto” forzato.

Tutti gli uomini qui sono presenze pervase da un grigiore che si è assuefatto al sistema, proprio come David, che sembra trovare una forma di “consolazione” nella rassegnazione e un’illusoria via di salvezza nel rinunciare platealmente a lamentarsi della propria condizione di pedina, come se provare a ribellarsi comportasse solamente uno spreco di energia. Talvolta, tuttavia, il senso di soffocamento e la disperazione mettono il protagonista a così dura prova da farlo reagire per cercare di trovare soluzioni, tutti tentativi questi che finiscono soltanto per ricordargli di essere prigioniero di un incubo inamovibile, meticoloso e dalla precisione impeccabile. Come quando crede di trovare aiuto e conforto nel gruppo dei Solitari, le cui rigidissime regole contrarie a qualsiasi tipo di accoppiamento si riveleranno pericolose quanto quelle del resort.

Quella di Lanthimos, dunque, è anche una glaciale parodia di qualsiasi estremismo, in cui la crudeltà è tale perché inequivocabilmente priva di sfumature: o sei in coppia o sei single, eterosessuale o omosessuale. Le vie di mezzo in questa società ipercontrollata e maniacalmente organizzata sono troppo sfuggenti per poter essere ammesse. Al di là delle suggestive implicazioni sociali e psicologiche, The Lobster rimane però in mente soprattutto come dolorosa e geniale fantasia che stupisce per una miriade di invenzioni visive, piene di un’originalità sfacciata e rigorosa, grazie alla quale Lanthimos si è meritatamente guadagnato il Gran Premio della Giuria all’’ultimo Festival di Cannes.