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Sul Vulcano – Gianfranco Pannone

A Locarno 67, è stato presentato Sul Vulcano di Gianfranco Pannone, uno dei documentari italiani più interessanti dell’anno, ed ora (finalmente) esce in sala. Un racconto che dalle parole porta all’immagine, restando estremamente umano anche nell’astrazione. Un viaggio dove ieri e oggi si fondono, tra vita, morte, arte, abusi e minaccia, per raccontare la zona rossa del Vesuvio, a rischio in caso di eruzione vulcanica.

Uno scavare con sistematiche incursioni nella Storia, sociale, antropologica e mitologica riferita al fenomeno naturale, per capire come si sia trasformata nel corso del tempo la convivenza con la possibilità di ripetere l’esperienza che toccò a Ercolano e a Pompei. Un percorso, quello del film, tra testimonianze, immagini inedite e preziosi filmati di repertorio, anche della distruzione portata dalle eruzioni del 1906 e del ’44. Un altro filo conduttore sono le parole di poeti, scrittori e filosofi sul vulcano, dal Marchese de Sade a Giordano Bruno, da Matilde Serao a Leopardi, da Plinio il giovane a Sandor Marai. A leggerle sono personalità legate alla stessa Napoli dei giorni nostri. Fra le tante testimonianze di oggi, tre i volti e le storie simbolo: Maria, florovivaista ai piedi di una villa vesuviana; Yole, neomelodica che vive la libertà delle proprie scelte conciliandola con la forte devozione alla Madonna; e Matteo, artista che porta nelle sue opere la terra e i colori del vulcano. Ritratti quotidiani che uniscono arte e fede, fatalismo e realismo, ritratti diversi che diventano uguali nella consapevolezza del sentimento che lega le loro vite alla voluttà del monte, e alla sua prossima, sconosciuta eruzione.

Camminare sull’orlo del precipizio di un grande fatalismo, ma con un’ancora più forte vitalità. Nel film, come negli sguardi dei protagonisti, c’è un senso della morte molto vivo, la presenza del vulcano ha forgiato le persone e le ha spinte a una risposta vitalistica e a una compostezza morale, una faccia di Napoli che esiste ma che è difficile vedere; un luogo forgiato dal fatalismo, che nasce anche dal fatto di aver assistito a un’invasione a secolo. La violenza è parte di quel mondo e loro ci convivono, siamo noi gli schizofrenici osservatori esterni in questa pretesa di separare il mondo in bene e male, questa è la vita, ed è fatta di contrasti. Loro lo sanno, meglio di altri, e lo raccontano.

Nel film di Pannone, la narrazione, a tratti rigorosa, di chi vive il quotidiano e le aspettative di un domani senza futuro, sembra trovare fondamento nelle immagini d’archivio intrise da un misto di meraviglia e pragmatismo; impregnate ancora vagamente di quel Rossellini di Viaggio in Italia e di Stromboli. A contare nel film è la trama gestuale ed espressiva degli attori (sociali), il modo di occupare la scena con una dignità simile a quella altera e sublime del Vesuvio. Montagna quasi sacra che Pannone, grazie al fuori campo, riesce a trasformare in un luogo dell’anima; si vede poco la sua cima, spesso ritorna attraverso la dimensione quotidiana di chi gli dorme accanto.

Un film fondamentalmente emozionale più che razionale, che punta alle suggestioni più che alle denunce, ma allo stesso modo un momento di riflessione su come questo Paese si affidi al fato ed alla casualità (basta guardare alle storie di alluvioni in questi ultimi giorni) a discapito di una minima programmazione. Ma forse anche questo è affascinante, e Pannone è il primo a saperlo. Da vedere.