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Paolo Sorrentino

100 registi (e tantissimi film) che migliorano una vita

«Solo una cosa sopporto. La sfumatura». Si chiude così l’introduzione, monumentale elenco di fastidi steso dal maestro Mimmo Repetto all’alba dei cento anni, di Hanno tutti ragione, il libro, tra i migliori titoli italiani degli ultimi tempi, scritto da Paolo Sorrentino nel 2010. È proprio sulle sfumature, sulla capacità di mostrare punti di vista inattesi sulle cose, che ha costruito la sua carriera Sorrentino, napoletano classe 1970, uno dei giovani maestri di maggiore spessore e forza creativa del cinema europeo. La citazione introduce l’atmosfera de L’uomo in più, folgorante esordio datato 2001. Storie incrociate di Antonio Pisapia, ex calciatore che non riesce a fare l’allenatore, e Antonio Pisapia detto Toni, “cantante da night” caduto in disgrazia. Toni P., impersonato da un Toni Servillo con inenarrabile mullet rossiccio, tornerà gigantesco protagonista di Hanno tutti ragione, campione di una napoletanità anarcoide e allergica al luogo comune, baciato da una saggezza gnomica espressa in fulminanti aforismi.

L'uomo in più, Paolo Sorrentino, 2001

L’uomo in più, Paolo Sorrentino, 2001

Un esordio come pochi che esprime una visione estetica già perfettamente formata, uno stile registico personale e raffinatissimo, molto poco “italiano”, fatto di piani sequenza, di movimenti di macchina fluidi ed arditi, di luci fredde come freddo è l’occhio che osserva con nero sarcasmo, cinico distacco verso i travagli di un’umanità dolente e imperfetta, portata fatalmente all’errore, a sottovalutare le conseguenze delle proprie azioni. Un occhio che non cerca empatia ma che descrive comunque figure vivissime e indimenticabili, grazie anche ad interpretazioni attoriali (su tutte quelle regalate da Toni Servillo) magistrali, dal già citato Toni P. fino al Cheyenne di This Must Be the Place.

Le conseguenze dell'amore, Paolo Sorrentino, 2001

Le conseguenze dell’amore, Paolo Sorrentino, 2004

La passione per la sfumatura, la consapevolezza che «è meglio sparare la più grossa cazzata del millennio piuttosto che tribolare nel luogo comune» ha permesso in dieci anni e cinque film a Paolo Sorrentino di sorprendere ed emozionare, di rovesciare le percezioni standardizzate di concetti “pieni” di significati automatici come l’amore – Le conseguenze dell’amore, freddissima, rigorosa, potente messa in scena di un amore singolare: il suo film più perfetto –; il potere – Il Divo cioè Andreotti e la zona grigia della storia d’Italia virata a forti contrasti, musica pop e montaggio rapido, come un gangster movie astratto –; l’avidità – L’amico di famiglia, storia di un usuraio così ributtante che quasi gli si vuole bene –; l’eredità dei padri e la maturità – This Must Be the Place, con Sean Penn, produzione internazionale, laccato e a volte gigioneggiante tra regia e protagonista, ma potentissimo.