pasolini defoe ferrara

Pasolini – Abel Ferrara

Dopo una lunga e travagliata gestazione, anticipato dalle immancabili polemiche, è sbarcato a Venezia, in concorso, il Pasolini di Abel Ferrara. Quando ci si addentra nel cinema di Abel Ferrara, occorre farlo consapevoli di poter incontrare squilibri, eccessi, distorsioni. Tutte cifre di uno stile ben caratteristico, che ormai da anni colloca il suo autore maudit sullo stretto crinale che separa la grazia dal peccato, e la redenzione dalla dannazione. L’’adesione del personaggio Ferrara al testo del suo cinema, al nucleo di perdizione e dissoluzione che lo caratterizza, è del resto totale. Non esiste addiction che Ferrara non abbia in prima persona sperimentato, non esiste angolo di inferno in terra che lui, e il suo cinema, non abbiano esplorato.

pasolini ferrara poster

Le ragioni per attendersi da Ferrara un’’intensa ricostruzione delle ultime ore di vita di Pier Paolo Pasolini erano quindi molteplici. Tra le tante piste percorribili, per esempio, il complesso rapporto con la religione cattolica, aspetto che accomuna entrambi. Senza trascurare il recente precedente del sottovalutato Welcome to New York, in cui il protagonista del film lasciava intravedere più di un potenziale punto di contatto con la figura di Pasolini. Purtroppo nulla di tutto questo trasuda dall’’esangue, umbratile film di Abel Ferrara. È certamente una discesa all’’inferno quella che il regista di The Addiction e Fratelli immagina nel suo Pasolini. Ma è una catabasi priva di qualsiasi carisma, in cui nessun tema, tra i tanti, che sarebbero potuti confluire nel film è sviluppato seriamente. Unico pregio di questa aerea e sfuggente “meditazione” è incarnato dallo straordinario volto di Willem Defoe, vero centro del film, purtroppo costantemente spintonato fuori dallo schermo da inserzioni letterarie a tratti imbarazzanti.

Tralasciando le incongruità linguistiche, è proprio l’’utilizzo dei testi letterari “terminali” di Pasolini, come gli appunti per il Porno-Teo-Kolossal o alcuni capitoli di Petrolio, a costituire il maggior problema del film. La continua, confusa frammentazione diluisce e depotenzia l’’intensità che in ogni ruga del volto di Willem Defoe è palpabile sin dall’’inizio. Il film finisce quindi per fermarsi a metà strada, lasciando nel non-detto ogni pur elementare considerazione, analisi o inquadramento storico-politico necessario quando si affronta una figura come quella del poeta bolognese.

Risultano non pervenute anche le tanto sbandierate scene ad alto tasso erotico, forse maliziosamente anticipate come trovata pubblicitaria a costo zero. Completa il quadro uno sconsolato e mesto finale, intimo ma senza anima, secondo molti ai confini con una rappresentazione immorale della tragica fine di Pasolini. Quello che poteva essere un capolavoro si è rivelato un inconsistente esercizio di riesumazione. Che scivola via dalla memoria troppo presto.