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La vita oscena – Renato De Maria

Il primo film italiano a Venezia è in cartellone nel “concorso secondo” di Orizzonti, ricchissimo quest’’anno di motivi d’interesse. La vita oscena di Renato De Maria è la trasposizione dell’’omonimo romanzo autobiografico di Aldo Nove, che ha scritto la sceneggiatura con il regista. Protagonista è Andrea, un adolescente introverso, amante della scrittura, legatissimo alla madre che si trova in pochissimo tempo orfano di entrambi i genitori. Il lutto lo fa sprofondare in una spirale autodistruttiva, un isolamento depresso in cui resiste solo la sua lirica necessità di esprimersi nella scrittura.

De Maria ha per le mani un soggetto difficile e decide di tradurlo, con l’’ausilio decisivo di Daniele Ciprì come direttore della fotografia, cercando la strada di un’’esasperata frammentazione visiva, lasciando la voce del protagonista (il francese Clement Metayer, già protagonista di Qualcosa nell’’aria di Assayas, in concorso a Venezia due anni fa), ma più propriamente il suo flusso di coscienza, estremamente asistematico, come unico filo conduttore. Il lutto come lacerazione, come riduzione dell’’essere in frammenti, in unità non correlate e non significanti.

Clement Metayer la vita oscena

Una scelta coraggiosa che viene però in parte disattesa: dove il montaggio e la messa in scena osano molto con risultati seppur diseguali comunque interessanti, la sceneggiatura designa un arco strutturalmente classico, di caduta e redenzione, in cui s’’indulge sulle cadute e si segna la redenzione come accessoria, casuale, incomprensibile, per un personaggio che da ogni esperienza terminale esce vivo e intatto quasi suo malgrado.

La vita oscena è vita di uno, e tutto ciò che non è il silenzioso, anedonico, protagonista finisce sfocato, laterale, anche la figura drammaturgicamente decisiva della madre (Isabella Ferrari): una prova che Metayer supera lavorando di sottrazione con un’’interpretazione funzionale quanto non empatica, fredda, come se quel dolore che lo accompagna sia oggetto di azioni e non di sentimenti. La tirannia del mostrare, della didascalia, che schiaccia il film in una lunga sequenza di episodi programmaticamente “maledetti”, dalle droghe al sesso ai tentativi di suicidio.

la vita oscena

Non si può parlare di film riuscito quando ogni inquadratura sembra esibire il proprio significato come se avesse una scritta in sovrimpressione e questo alla lunga stanca. Anche la notevole struttura visiva finisce con il parlare una lingua, quella del videoclip, cui poco si confà il lungometraggio. Alla fine, in omaggio al videoclip, di questo film ricorderemo di sicuro la colonna sonora dei Deproducers (titolo sotto cui si riuniscono Riccardo Sinigallia, Max Casacci, Gianni Maroccolo e Vittorio Cosma): una partitura elettronica perfettamente calibrata, coinvolgente più delle immagini di cui dovrebbe essere ancella.