Cosentino Not here not now

NOT HERE NOT NOW – Andrea Cosentino

Il teatro è, per eccellenza, l’arte della presenza. Non è scindibile dal qui e ora, dall’esserci degli attori e l’esserci di un pubblico. Ma questa presenza evoca sempre delle assenze; grazie al testo e alle azioni drammatiche si apre la comunicazione ai più disparati riferimenti e contesti.

Ecco, sicuramente Andrea Cosentino era presente, lì e allora, sulle tavole del Teatro Argot Studio a Trastevere. Tanto quanto, in maniera certo meno fondamentale, era presente chi scrive. Andrea Cosentino, apparentemente, va in scena da solo, accompagnato soltanto da una sporta di trucchi: come i vecchi clown o i veterani dell’avanspettacolo si porta in scena i ferri del mestiere. Ma Cosentino ama avere assenze ingombranti con sé, per esempio in Angelica c’era Pasolini, questa volta, non qui non ora, c’era Marina Abramović.

Marina – l’autodefinitasi «nonna della performance art», il corpo-opera, teoria e pratica incarnata della superiorità estetica della presenza sull’assenza – appare prima di tutto su schermo, o meglio, ne appare una cosentiniana versione: The Artist is Present, più o meno. Poi entra lui, il monologhista, o meglio «poliloghista», occhi chiusi e orecchie tappate, come se volesse decidere lui quando cominciare a curarsi del pubblico mentre inanella una serie di voci e personaggi.

Foto di scena ©Manuela Giusto

NOT HERE NOT NOW è una sorta di stand up comedy di critica d’arte, un corso di estetica tenuto da un clown. L’operazione funziona come un orologio, ha tempi comici perfetti: Cosentino scivola da un personaggio all’altro, da una voce alla successiva, da un accessorio a un travestimento con eleganza naturale e fluidità ininterrotta. E attacca a testa bassa, come la Abramović tarocca de La grande bellezza (guarda qui).

Foto di scena ©Manuela Giusto

Non è il caso, probabilmente, di prendere parti. La rivendicazione di Cosentino è attaccabile nei suoi presupposti, ma è innegabile come sulla scena si dimostri – di gran lunga meglio che in qualunque recensione – quanto sensibile la performance art sia agli strali dell’umorismo, quanto sanamente prendibile in giro sia la ricerca di autenticità tangibile e dolorosa nell’opera della Abramović. Non è questo il luogo, né lo è stato il Teatro Argot, per stabilire chi abbia ragione: se la presenza o l’assenza, se l’esserci o il raccontare, il sentire o l’interpretare. La risposta, come sempre, è la cosa meno interessante.

Theatre is very simple: in theatre a knife is fake and the blood is ketchup. In performance art a knife is a knife and ketchup is blood.

Marina Abramović (quella vera?)

Foto di scena ©Manuela Giusto

Dominio Pubblico, Teatro Argot Studio, Roma – 2 aprile 2015