Foto di scena ©Claudia Pajewski

Confessione, o la responsabilità del ridere

A Short Theatre il reo presidente di Davide Carnevali e Michele Di Mauro

Vi è mai capitato di chiedervi perché ridiate? No, non “cosa” vi faccia ridere ma “per quale ragione” il vostro corpo reagisca a un determinato stimolo con il riso. Si sbadiglia per ossigenare le cellule, si tossisce per liberare i polmoni, si starnutisce per espellere germi dal naso, ma ridere a cosa serve? Fondamentalmente ad alterare il ritmo della nostra respirazione: il nostro corpo intuisce che qualcosa non va come dovrebbe e scatena una reazione scomposta. Ridere dunque, per quanto ci sembri un piacere, è innanzitutto un atto di protezione.

Ora, vi chiederete voi, cosa c’entra tutto questo con un festival di teatro? Il fatto è che rispetto ad altre forme d’arte, il teatro non prescinde mai dalla sua dimensione sociale; così, mentre sul palco va in scena uno spettacolo, in platea e tutto attorno ne prende vita un altro: quello del pubblico, quello delle sue reazioni. Pertanto, perché il pubblico ride? Vogliamo domandarcelo a proposito dello spettacolo che finora ha registrato il più nutrito ed entusiasta consenso di pubblico a Short Theatre – e ci valgano da testimone oltre cinque minuti di applausi (cosa davvero rara di questi tempi, tanto più per una lettura scenica; la mise en espace rientra nel progetto Fabulamundi).

Come suggerisce il titolo stesso, Confessione è un’apologia. Abito scuro, gessato, cravatta elegante, sorriso platealmente smagliante, Michele Di Mauro veste i panni di “un ex presidente che ha portato il suo Paese sull’orlo della crisi”, come recita il sottotitolo di questo brillante monologo del 2012 del nostrano autore internazionale Davide Carnevali. “Un” ex presidente, si badi bene, generico, immaginario; ma ci vuole ben poco perché il pubblico romano lo identifichi subito con il personaggio politico più influente della storia italiana degli ultimi venti anni; e perché immediatamente rinverdisca rancori troppo a lungo frustrati e altrettanto troppo rapidamente trasferiti al di lui erede. Ma ad ogni modo.

Foto di scena ©Claudia Pajewski

L’ex presidente si presenta innanzi al pubblico, quello stesso pubblico che ha manipolato per anni, per fare mea culpa: rivela menzogne, inganni, sotterfugi; confessa tutto, con sentimento e sfacciataggine, senza rinunciare alla sua inveterata capacità affabulatoria – e, per inciso, va detto che la perfetta simbiosi tra l’ambiente sonoro di G.U.P. Alcaro e la grande prova d’attore di De Mauro restituisce splendidamente tutta l’altalenante ambiguità di questa improbabile e pur verosimile confessione.

Alla base del testo di Carnevali, infatti, si nasconde un meccanismo retorico assai raffinato. Apparentemente l’iniziale surrealtà della situazione suscita il riso del pubblico; ma, a stare bene attenti, è un ridere più nervoso di quanto sembri. Si ride per esorcizzare una paura, un’anomalia rispetto al normale andamento delle cose – ricordate? –, eppure qui è come se andasse in scena un evento a lungo atteso: la mortificazione del tiranno, la sua contro-apoteosi, lo smascheramento della sua banalità. Noi spettatori crediamo di ridere per piacere, per il piacere che suscita il suo “ridicolo”, e in realtà ci riscopriamo a ridere per “vendetta”.

Foto di scena ©Claudia Pajewski

Di confessione in confessione, il discorso dell’ex-presidente comincia però a prendere una direzione imprevista; ma non si tratta dell’ennesima capovolta menzognera del premier, al contrario, tutto a un tratto ci rendiamo conto che c’è ben poco da ridere. “Se io ho fatto tutto quel che ho fatto” – citiamo a braccio – “è perché il popolo mi ha votato, perché il popolo non una ma due volte me l’ha lasciato fare, mi ha dato il tempo per farlo”. Touché.

A proposito del ridere abbiamo parlato di “anomalia della normalità”, Pirandello d’altronde il “comico” lo definiva avvertimento del contrario. Ecco, ora non c’è più nulla di comico, ora non c’è più nulla da ridere, ora il ridicolo pagliaccio siamo diventati noi. Continuare a ridere quando si è ormai compreso a fondo la natura di tale “contrario”, di tale buffa stranezza, servirà solo a negare la nostra responsabilità “sul” reale. Insomma, quella che sembrava una grande catarsi collettiva tanto attesa si ribalta all’improvviso in impietoso, tacito, vibrante atto di accusa. Per questo, dopotutto, non possiamo che definirla “apologia”: l’imputato è assolto, il giudice è colpevole.

Foto di scena ©Claudia Pajewski

Eppure qualcuno ride ancora. Forse ride perché ha capito, ride perché ha paura che questa sia la verità, ride per prendere le distanze. Perché è meglio riderci su e trasformarla in anomalia, no?

Uno spettacolo che dovrebbe girare ovunque, entrare nelle case degli Italiani, bussare alla coscienza e chiedere se ci sia ancora da ridere.Sarebbe una rivoluzione.

Ascolto consigliato

La Pelanda, Roma – 6 settembre 2015