Foto ©Elena Consoli

Il teatro ritrovato, o dell’ironia del Nano Egidio

Al Teatro Studio Uno la lezione di 'Batman Blues'

Nella bulimia di teatro contemporaneo a volte si fatica a scegliere: cosa vedere? Lo spettacolo sperimentale, il repertorio, il nome famoso, il musical, la commedia? Si riconosce la forma ma manca la sorpresa, tutto sembra come rispondere a un rito, a una convenzione sedimentata e accettata passivamente dalla circoscritta comunità di appassionati. Altre volte però si entra convinti di andare a teatro e se ne esce felicemente disorientati: cos’è accaduto? cos’abbiamo visto?

Ecco, Il Nano Egidio fa esattamente questo effetto – ed è teatro, ma non si direbbe. Non si direbbe perché siamo talmente abituati al patto di sospensione dell’incredulità che ormai lo diamo per scontato, mentre invece, con il suo armamentario artigianale di  burattini, pupazzi e giocattoli, Batman Blues ci sollecita sentitamente – e scherzosamente – a riattivarlo: è tutto un gioco, però dovete partecipare all’illusione, e sorprendervene, altrimenti mica vale (sembrano suggerire).

Più che la storia strampalata di questo Batman investigatore in impermeabile che cerca di scoprire chi si nasconda dietro gli omicidi di Spiderman, Cookie (dai Muppets) e altri personaggi di fumetti o cartoni animati, vale la pena uscire fuori per un attimo da questo improbabile teatro di burattini – deliziosamente incorniciato dal boccascena del Teatro Studio Uno – per soffermarci su alcune scelte formali del collettivo romano apparentemente banali ma più raffinate di quanto sembri.

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Il genere comico infatti non ha mai goduto di troppa considerazione, stimato sempre “minore” rispetto al dramma e alla tragedia, quasi fosse una scelta di serie b dedicarvisi; eppure meriterebbe pari dignità. Tanto più che non si spiega perché mai la cosiddetta cultura (o l’arte o la vita stessa) debba essere presa tanto sul serio: ricordiamoci che Dante fa petare i suoi diavoli, Shakespeare costruisce l’antieroe tragico più divertente della letteratura, Kafka inserisce i suoi personaggi nelle situazioni più balzane.

Marco Ceccotti, Francesco Picciotti e Simona Oppedisano, a loro modo, fanno lo stesso: attingono a un repertorio pop e lo caricano di ironia; tutto diventa saturazione surreale del prevedibile, ribaltando la “seriosa realtà” in un pastiche spassosissimo di citazioni, allusioni e parodie che invitano, oltre il divertimento, a concederci uno scarto da ciò che percepiamo come “normale”. Una tradizione che in Italia ha riferimenti recenti di tutto rispetto, come Il Trio, Corrado Guzzanti, Lillo e Greg, Elio e le Storie Tese, ecc. Appena il meccanismo comincia a farsi prevedibile ecco che si infrange il patto attraverso l’autoironia, quasi a dirci: ma vi rendete conto che state dando credito a uno spettacolo del genere? E così il patto di fiducia con il pubblico si rafforza ancora una volta. Se non è teatro questo.

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Dati tali presupposti ci chiediamo, allora, con curiosità: e cosa accadrebbe se Il Nano Egidio provasse a confrontarsi con un classico? Testi come Gargantua e Pantagruel, il Tristram Sandy o l’irresistibile Soldato Švejk adottano, d’altronde, esattamente gli stessi stilemi e sono tuttora tra i più grandi capolavori della letteratura autoironica. Potrebbe essere un modo per far breccia anche in chi il teatro lo prende ancora tremendamente sul serio?

Letture consigliate:
• Not here not now – Andrea Cosentino, di Giacomo Lamborizio
• Cuoro – Gioia Salvatori, di Giulio Sonno
• Angelica – Andrea Cosentino, di Giacomo Lamborizio
• Operamolla – Doppiosenso Unico, di Sarah Curati

Ascolto consigliato

Teatro Studio Uno, Roma – 26 novembre 2015