Foto di scena ©Tommaso Lepera

Edipo Re – Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa

Edipo. Chi non lo conosce? Ma sì, quel tale che uccise il padre e sposò la madre, da cui il famoso complesso. Ecco, proprio lui. Peccato che a questa diffusa nozione di cultura generale sfugga un piccolo particolare: Edipo non ha mai sofferto dell’omonimo complesso; egli piuttosto aveva un problema, fisico, era zoppo (da lì il suo nome, Oidípūs, “colui che ha i piedi gonfi”), e un altro, più fatale, era orgoglioso.
Ora, l’orgoglio, la tracotanza, la superbia, la hybris se preferite, si possono spiegare in tanti modi, ma bando agli intellettualismi, bastano due linee: una orizzontale – segno di umiltà, di adesione al mondo – e, a partire da essa, una verticale, che vuole spingersi oltre la Terra: quella è la hybris.

Al Vascello si apre il sipario e cosa appare? Una piramide a gradoni, vale a dire l’orizzontale che tende al verticale. Se la struttura scenografica non bastasse a rivelare già la natura della tragedia ripensata dalla storica compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, a quel punto basta osservare le pitture concepite da Daniela Dal Cin: un’ecatombe rosso inferno su cui tiranneggiano uomini d’affari dalle facce anonime e le mani a forma di chela.

Foto di scena ©Tommaso Lepera

Giusto il tempo di scorgere questa moderna “peste”, di intuirvi una contiguità col presente, che gli attori faranno il loro ingresso in scena per strapparne via l’immagine, lasciando la piramide scarnificata, con i suoi interni tranelli e le sue vittime sacrificali (sagome di carcasse animali) esposte come a monito. Insomma, lasciamo stare Jung, lasciamo stare il mito, le immagini parlano e parlano di noi.

Foto di scena ©Tommaso Lepera

Inevitabilmente al vertice della piramide non può che esserci lui, l’eroe eponimo (Marco Isidori, anche regista e drammaturgo), ma la sua svettante verticalità è già infranta in nuce da quel difetto congenito: i suoi piedi sono fragili, barcolla, si sorregge alle lance. Indossa poi una camicia colma di mollette: tenta di essere padrone del proprio destino, quando in realtà è appeso a un fato che è ben più alto della sua superbia.

Foto di scena ©Tommaso Lepera

Di atto in atto, infatti, la sicurezza di Edipo si sfalderà, ed egli si ritroverà a discendere inesorabilmente quella piramide – tutta mentale – infestata dalle anime erranti del coro: esseri canuti e piagati in apparenza, ma dalla voce precisa, ironica, ammonitrice, malgrado inascoltata.

Foto di scena ©Tommaso Lepera

Marco Isidori dunque concepisce un Edipo vittima della propria presunzione e non per questo meno miserabile; le parole che dovrebbero sorreggere l’intera tragedia si trasformano allora in una nenia costante, a tratti perfino monotonamente snervante, quasi cesellasse a sbalzo l’inutilità di una ricerca – della verità (chi ha ucciso Laio?) – già affermata in potenza (Edipo stesso è l’assassino che va cercando per tutta Tebe). Ed è appunto la cosiddetta ironia tragica – affermare la propria rovina senza esserne consapevoli –, insomma, a dominare, tanto visivamente quanto concettualmente, l’intera rivisitazione del classico sofocleo (notevole l’immagine della regine Giocasta, madre e moglie di Edipo, inchiodata in un costume-armatura che, nella sua forma di farfalla ritratta in crisalide, suggerisce quasi un sesso femminile infibulato).

Intellettuale? Impermeabile? Ambizioso? Forse. A tratti, infatti, l’eloquenza scenografica non sembrerebbe trovare altrettanta immediatezza a livello declamatorio, e complessivamente lo spettacolo suscita uno strano scarto a livello di fruizione (che le note di regia non sembrano voler attenuare). È un peccato, perché questo Edipo Re molto, moltissimo potrebbe “risvegliare” eppure, come al suo eroe, sembra sfuggire quell’utile passo.

Foto di scena ©Tommaso Lepera

Edipo infine scoprirà l’amara verità, ma anziché rinunciare alla vita preferirà accecarsi, sottraendosi al confronto con i propri errori: ennesima vertigine della hybris. Ed è chiaro, in questo testardo, cieco, eterno fuggiasco dalla verità potremmo riconoscere proprio il nostro volto—ma riusciremo a intuirlo?

 

Teatro Vascello, Roma – maggio 2015